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Tomba degli Scudi: concluso il restauro del FAI

A Tarquinia rinasce un Luogo del Cuore


Attività FAI La patina batterica che ricopriva gli affreschi è stata ripulita, mentre tornano a scintillare i colori e i dettagli che raccontano il lusso della famiglia Velcha, l'antica gens etrusca che a metà del IV secolo fece edificare questo luogo di sepoltura che oggi anche grazie a I Luoghi del Cuore può ricominciare a narrare ai visitatori il fascino di questa sua storia lontana.

Il nostro è un paese incredibile, dove può succedere di trovarsi in una vasta area verde apparentemente anonima e, scendendo appena pochi metri sottoterra, immergersi in un mondo antico migliaia di anni.
Un'opportunità straordinaria ma della quale è possibile usufruire solo se vengono attuati quegli interventi di tutela e valorizzazione che possono rendere questi luoghi preziosi di nuovo fruibili al pubblico.
È quanto è accaduto alla Tomba degli Scudi, nella Necropoli di Monterozzi a Tarquinia , sito UNESCO in provincia di Viterbo, dove, grazie a “I Luoghi del Cuore”, il FAI e Intesa Sanpaolo sono intervenuti mettendo a disposizione un contributo di 24.500€ investiti nel restauro eseguito dalla Soprintendeza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di questa eccezionale testimonianza della civiltà etrusca.
Un luogo di riconosciuto valore archeologico, storico e culturale - considerato dagli studiosi il “primo capitolo” della pittura italiana – mai aperto ai visitatori ma capace di incuriosire e appassionare il pubblico dei “non addetti ai lavori”, come testimoniano gli oltre 5.600 voti raccolti nel 2014 in occasione della VII edizione del censimento “I Luoghi del Cuore”.

Gli affreschi della Tomba degli Scudi


Da giugno a settembre 2016, grazie al contributo messo a disposizione da I Luoghi del Cuore la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggi oha potuto provvedere al restauro degli affreschi delle pareti nord-ovest e nord-est del vasto atrio della Tomba degli Scudi. Risalente al periodo tardo classico (metà IV sec. a.C) e riscoperta nel 1870, la tomba, tipico esempio di ipogeo gentilizio, fu costruita allo scopo di celebrare le virtù e il rango della famiglia Velcha, importante e potente gens tarquiniese, e riproduce l'architettura tipica di un'abitazione etrusca con al centro della pianta l'atrio, dotato di tetto a doppio spiovente dove si aprono tre ambienti a pianta quadrangolare, dove si trovano le sepolture. Delle quattro camere soltanto l'atrio e la stanza di fondo sono intonacati e decorati con pitture parietali che, nel caso dell'atrio, interessano anche il soffitto: i dipinti celebrano il rango e le virtù della famiglia Velcha, immortalando il momento della partenza del defunto per l'oltretomba attraverso la rappresentazione del banchetto funebre che coinvolge, idealmente, tutti i membri della famiglia.

Sulla parete nord-ovest si svolge la scena principale: Larth Velcha, il fondatore della Tomba, sdraiato su di una kline banchetta con la moglie Velia Seithiti, ritratta accanto a lui e nell'atto di porgergli un uovo, simbolo di rinascita e di rigenerazione. Dai molti dettagli emerge lo status aristocratico della famiglia: il letto, ricoperto di elaborati tessuti e cuscini, la tavola imbandita, il capo di Larth cinto da una corona di alloro, i preziosi gioielli di Velia accompagnata da una giovane ancella. Lungo le altre pareti trovano spazio gli altri personaggi della narrazione: due geni alati e un Charun (il Caronte etrusco) riconoscibile delle asce che tiene in mano, un servitore nudo, che solleva una oinochoe (una brocca con manico per versare il vino) e una phiale (la coppa dove veniva versato il vino nelle libagioni).
All'estremità sinistra della parete sono infine raffigurati due personaggi togati che, dall'iscrizione con i loro nomi, sono Vel e Arnth Velcha. Sulla parete nord-est un'altra scena di banchetto: si tratta dei genitori di Larth, Velthur Velcha e sua moglie Ravnthu Aprtnai, rappresentati ancora giovani in una posa del tutto simile a quella dei protagonisti. Il banchetto è accompagnato dalla musica di due suonatori, dove fa capolino un altro giovane servitore nudo, mentre nella parte destra della parete tre personaggi piuttosto mal conservati, convergono verso l'angolo e la scena della parete adiacente. Soltanto due nomi sono ancora leggibili: Velchai e Velia Seithithi.

Un restauro difficile


Come tutti gli ambienti ipogei, la tomba presenta una complessa gamma di problematiche conservative, dovute soprattutto all'elevato grado di umidità e alla mancanza di circolazione dell'aria, che hanno favoritolo lo sviluppo di microrganismi quali batteri e funghi, in parte responsabili del deterioramento dei dipinti.
Oltre a questi fattori l'intervento di restauro ha dovuto confrontarsi anche con altri segni lasciati dalla storia più recente del monumento: sulle pareti della Tomba sono state infatti riscontrate numerose lacune di piccole dimensioni dovute ad atti di vandalismo imputabili alla baionetta di un fucile. Quanto è accaduto lo racconta Leonida Marchese (archeologo che dal 1° gennaio del 1935 aveva preso servizio come primo segretario presso l'ufficio di Tarquinia) il 26 giugno 1944 quando scrisse al soprintendente Salvatore Aurigemma, una lettera a proposito dei danneggiamenti alle tombe tarquiniesi provocati dalle truppe della Croce Rossa Americana installatasi nella zona del Calvario.

L'ambiente ipogeo ha richiesto l'adozione di particolari accortezze al fine di alterare il meno possibile le condizioni ambientali della tomba evitando di introdurre materiali organici facilmente biodegradabili.
Per questo si è stato deciso di ridurre al minimo il numero di operatori presenti e di dotarli obbligatoriamente di tute in Tyvek, impermeabili al vapore acqueo ma traspiranti e infine di utilizzare solo illuminazione a LED per non creare un aumento della temperatura costantemente monitorata insieme e all'umidità. Anche la scelta dei materiali da utilizzare si è limitata ad una ristretta gamma di prodotti, evitando il più possibile l'impiego di sostanze organiche e resine.
L'intervento ha previsto una prima fase di pulitura e rimozione delle patine batteriche e della terra con contestuale consolidamento dell'intonaco affrescato, cui sono seguite una seconda fase di pulitura di velatura delle stuccature. Infine, i restauratori a titolo gratuito e volontari hanno effettuato lo sfalcio dell'erba soprastante e antistante il tumulo e la pulitura del terreno dai rifiuti accumulati nel tempo. Il palo della luce e l'annesso quadro elettrico sono stati liberati dai rovi. Mentre sono stati potati alcuni arbusti che invadevano l'ingresso alla Tomba.

Il volto che oggi rivela la Tomba degli Scudi è quindi del tutto rinnovato grazie al restauro eseguito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio - che ha in programma per il 2017 un nuovo lotto di lavori - reso possibile dal contributo che il FAI e Intesa Sanpaolo hanno messo a disposizione. Grazie a I Luoghi del Cuore questo mondo sotterraneo custodito nella Necropoli di Monterozzi nel quale sono radicate le radici più profonde della nostra storia e della nostra identità può finalmente tornare ad affascinare i visitatori.

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martedì 22 novembre 2016



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