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A che cosa servono le idee

Intervista ad Andrea Carandini, Presidente FAI


Dal Presidente La Biblioteca della Camera dei Deputati ospiterà il 3 dicembre alle ore 18,00 la presentazione del nuovo libro di Andrea Carandini “Paesaggio di idee”, edito da Rubbettino, dedicato al pensiero di Isaiah Berlin. Ne parlano Giancarlo Bosetti, direttore e fondatore della rivista "Reset Dialogues on Civilization", Dino Cofrancesco, professore emerito di Storia e dottrine politiche all'Università di Genova, Donatella Di Cesare, professoressa di Filosofia Teoretica all'Università La Sapienza di Roma e Giuseppe Vacca, Presidente della Fondazione Istituto Gramsci.

Intervista ad Andrea Carandini

Che l'archeologia rientri nell'orizzonte del FAI, è intuitivo. Più sottile invece la relazione con la filosofia politica, con la storia delle idee del nostro tempo, con le credenze politiche. Come possiamo scoprirne il senso?

«Vorrei partire da una citazione di Tocqueville, il primo teorico della democrazia liberale, che mi sembra corrisponda bene alla questione di fondo. Per Tocqueville infatti, senza diminuire il potere centrale, era possibile affidare una parte delle attribuzioni a corpi secondari, ad autogoverni locali, a libere associazioni in mano a semplici cittadini e alla libera stampa, una pluralità in grado di mantener vivo il sentimento dei diritti individuali e della partecipazione pubblica (from bottom up)».

E il FAI?

«Non possiamo che ricordare la Missione del FAI. Cura in Italia luoghi speciali per le generazioni presenti e future. Promuove l'educazione, l'amore, la conoscenza e il godimento per l'ambiente, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione. Vigila sulla tutela dei beni paesaggistici e culturali, nello spirito dell'Articolo 9 della Costituzione, nella sua completezza. Ecco, il FAI è molte cose insieme, non sempre in organica armonia. Quando ho cominciato a scrivere questo libro, pensavo che sovente cose buone volute da noi contrastano con altre cose buone volute da noi e da altri. In una “società decente” (nel senso sia liberale che democratico) non ci può essere una sola idea di bene. Ce ne sono invece tante. Tutte possono affermarsi a condizione che nessuna sopravanzi le altre, uccidendole».

E Berlin?

«Berlin è stato un riformista, mai un radicale e tantomeno un reazionario. Il suo pensiero in un mondo di certezze storiche e ideologiche che ha tragicamente segnato il Novecento, ha introdotto il concetto della imperfezione migliorabile. Fa parte della tradizione del grande illuminismo aperto alla critica dei romantici che apprezza la molteplicità della vita e la cultura della tolleranza. Non ci può essere una idea sola in cui credere per cercare di capire il mondo, la storia di tutti e anche la nostra personale vicenda umana».

Come sente e quindi come giudica l'epoca che stiamo attraversando?

«Ho passato grande parte della vita tra i poteri mussoliniano, democratico-cristiano e berlusconiano. Tutti hanno blandito il demos a dismisura, il quale variamente beneficato ha corrisposto. Così la varietà della vita sociale è stata tradotta, con sempre più ardore, nell'uniformità, che ha sovente il tratto di una blanda dispotia. Quel poco che rimaneva del mondo borghese è stato ormai dissolto e ha lasciato un vuoto di classe dirigente e di cultura, e così in mancanza di staffetta nel succedersi dei gruppi sociali, la cattiva politica è stata il risvolto soprattutto dell'ignoranza e dell'immoralità. Tanti asini, pochi cervelli in fuga e moltissimi corrotti. Mal viste sono le fortune private meritate, come se fossero immeritate, e perfino le associazioni private a finalità pubblica, mentre lo Stato viene idolatrato, benché indebitatissimo, costoso, burocratico, corporativo e inefficiente. Scuola, università, paesaggio e patrimonio storico e artistico della Nazione sono allo sbaraglio».

C'è al fondo di queste parole un senso di sconforto, forse un profondo pessimismo della ragione: possibile che non ci si una nuova strada da percorrere?

«Ogni cultura politica dovrebbe rappresentare oramai, non più un settore o l'altro della società, considerati avversi, ma l'interesse generale, ora considerato soprattutto dal punto di vista del merito e ora soprattutto da quello dall'equità. E' naturale che ogni riuscita che faccia spiccare e dia indipendenza si opponga alla mediocrità, che vuole rimpicciolire il grande e livellare l'alto, ed è naturale che la non-riuscita contrasti la riuscita, con l'idea di elevare chi è rimasto indietro. Ma invece di contrapporre il merito, che ha una dimensione verticale ed è virtù liberale, all'equità, che ha una dimensione orizzontale ed è virtù democratica, occorrerebbe tenerli in equilibrio».

C'è qualcosa di banale, ma anche di fondamentale nella domanda cruciale: a cosa serve allora essere colti, anzi a cosa serve la cultura?

«La cultura è una dimensione essenziale dell'essere umano inteso nella sua interezza, presente potenzialmente in tutti, in alcuni atrofizzata e in altri sviluppata. Essa trascende la vita materiale e ordinaria, è di natura immateriale, cioè spirituale, e ha il fine solamente in sé. E' il solo mondo che nulla ha di naturale se non nostra la disposizione a inventarlo, espressione diretta dei nostri sogni, notturni e a occhi aperti, per cui possiamo dominarlo con l'immaginazione. Quando ci abbandoniamo, sereni e intenti, al gioco culturale, lasciamo i regni delle verità banali della vita pratica e penetriamo in quello, sospeso, delle verità superiori, alla cui luce la nostra vita si accresce, si intensifica, si condensa, si rappresenta, acquistando significato, bellezza e valore».

Nella foto in alto: Andrea Carandini © Tania Foto A3 Contrasto

 

 

 

 

martedì 1 dicembre 2015



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belinbelin - 30/1/2016 (01.24.29)
Innanzitutto complimenti per il libro. Scrivere e completare un libro dev'essere una festa, deve essere celebrato. Complimenti, sempre. ... non cerchiamo di dominare il mondo della cultura con l'immaginazione, lasciamolo libero. Lo sport mi ha portato in un mondo molto simile a questo se non lo stesso. Lo sport ha un potere molto forte come quello della cultura che Lei descrive, io l'ho vissuto alla grande e posso dirlo. Anche Eric Falt ha parlato di Sport al Senato all'incontro UNESCOgiovani e di come questo sia capace, aggiungo, di fare come l'arte, di mettere d'accordo le persone di farle stare insieme e molto di più... Ma qualcuno potrebbe certamente dire ... ma lo sport è cultura. Nelle prime parole del testo si legge una persona che rivive tutta la sua storia, e quello che ha potuto apprendervi durante e lo porta fino a noi con trasparenza e chiarezza. Oggi però il mondo sta subendo ulteriori cambiamenti e necessita di letture altre (che sono evoluzione di quelle che esprime chiaramente e brevemente) per trovare soluzioni ai problemi, ormai non più del futuro che non sappiamo se ci sarà (almeno non come lo immaginavamo noi), ma del presente. Pensare fuori dagli schemi, cancellare le etichette, rispettando i valori che non possiamo più permetterci di intendere come non necessariamente rispettabili in quanto oggi è obbligatorio invece averli ben chiari. Oggi quella grande conoscenza complessa di cui anche Lei ci porta il suo contributo e di cui siamo tutti eredi, padri, figli, va messa in comune, va condivisa, di fronte a noi c'è un mare di necessaria opportunità e sostenibilità e credo che l'equilibrio vada soppiantato per abbracciare una cultura del merito. Coloro che hanno merito hanno la competenza di gestire con equità, devono averla, altrimenti non saranno che nominalmente meritevoli, aristocraticamente migliori.

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