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Salvo il geosito del Pianalto

Il Consiglio di Stato: la tutela del paesaggio vince sugli altri interessi.


SOS FAI Il geosito del Pianalto non verrà trasformato in una cava di argilla: dopo anni di mobilitazione del FAI, del WWF, di Italia Nostra e di Legambiente, la sentenza del Consiglio di Stato è definitiva e crea un precedente su casi analoghi. Leggi il commento del FAI e l'articolo di Gilberto Bazoli pubblicato il 13 febbraio sul Corriere della Sera.

Vittoria! Il geosito del Pianalto di Romanengo è salvo e non verrà trasformato in una cava d'argilla.
Stiamo parlando di uno dei luoghi simbolo della storia geologica della Lombardia, una memoria che giustamente dobbiamo preservare. Dopo anni di incontri pubblici, biciclettate, confronti, osservazioni tecniche (tutte risultate inutili per il muro di gomma che si era alzato) è alla fine il Consiglio di Stato a dettare la linea alle istituzioni coinvolte e a fare giurisprudenza per futuri casi analoghi. La giustizia amministrativa, al suo secondo e ultimo grado, interviene infatti con una sentenza cristallina, un richiamo potente che ricorda quello che dovrebbe essere a tutti già evidente, e cioè che i piani paesaggistici (in questo caso il Piano Territoriale Regionale della Lombardia) e la Rete Ecologica Regionale sono elementi vincolanti per tutti i piani di settore (ad esempio in questo caso il piano territoriale di coordinamento provinciale e il piano cave). La Corte ha soprattutto ribadito, annullando i due strumenti provinciali (il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale già in vigore e la proposta di Piano cave approvata dalla Provincia di Cremona) impugnati da FAI, WWF, Italia Nostra e Legambiente, che la tutela del paesaggio è prevalente rispetto a qualunque altro interesse, pubblico o privato.

Rispetto al geosito, la sentenza contesta alla Provincia di Cremona la soluzione ripresa nel piano cave di suddividere il sito in tre distinte zone a tutela decrescente (la terza zona a minor tutela prevede la nuova cava). Si contesta così la mancanza di una vera tutela unitaria del luogo, come richiesto invece dalla pianificazione regionale. Scrive infatti il Consiglio di Stato:“Tenendo presente che il geosito in questione si presenta come un triangolo scaleno a forma allungata è evidente che le attività estrattive in corso (come ricordano i bruchi che divorano una foglia) aggrediscono il geosito da tutti i lati. Inoltre, anche sotto il profilo quantitativo, la stessa ripartizione delle zone di tutela appare del tutto sbilanciata verso una indiscriminata estensione della attività estrattiva la zona di c.d. “tutela di livello 3” che è del tutto preponderante rispetto alle altre due. La suddivisione del geosito in tre livelli di tutela differenziata costituisce infatti un mero escamotage per consentire attività espressamente vietate nel suo ambito quali appunto sbancamenti ed i movimenti di terra che finiranno per compromettere definitivamente la struttura geologica originaria del geosito”.

Per scongiurare definitivamente ogni possibile minaccia sul Pianalto, FAI, WWF, Italia Nostra e Legambiente hanno presentato un ulteriore ricorso al Presidente della Repubblica per chiedere l'annullamento del Piano Cave che nel frattempo, in attesa della sentenza del Consiglio di Stato, è stato approvato da Regione Lombardia. In questo modo si mette al sicuro l'area del Pianalto che nel Piano Cave non veniva esclusa, se non in minima parte, dalla possibilità di estrazione. Le associazioni sperano che le Amministrazioni coinvolte provvedano a modificare spontaneamente lo strumento provinciale prima della sentenza che potrebbe annullare anche questo provvedimento, ripristinando i vincoli di tutela che sono dovuti a quest'area unica.

Pianalto è salvo, il FAI: "Battuto il muro di gomma della politica"

di Gilberto Bazoli, Corriere della Sera, 13 febbraio 2017

Un altopiano che con i suoi quindici metri spunta in mezzo alla piattezza della Pianura padana. Lieve ondulazioni e avvallamenti che si estendono per nove chilometri in lunghezza e tre e mezzo in larghezza. Un geosito antichissimo e unico nel suo genere, considerato una delle più importanti aree alluvionali europee. Eppure il Pianalto della Melotta, il piccolo paradiso attraversato da un naviglio secolare e compreso tra i comuni cremonesi di Romanengo, Casaletto di Sopra, Ticengo e Soncino, ha rischiato seriamente di trasformarsi in una banale e gigantesca cava di argilla. Lo sarebbe diventato se il fronte ecologista compatto (Fai, Wwf, Legambiente, Italia Nostra) non avesse dato battaglia sino a portare il caso davanti al Consiglio di Stato e strappare, come scritto dal Corriere della Sera nei giorni scorsi, una vittoria che allontana la minaccia di ruspe, camion e trivelle.

In un primo tempo la Provincia di Cremona aveva riconosciuto il pregio geologico, naturalistico e paesaggistico del Pianalto al punto da qualificarlo come l'emergenza principale del territorio. Ma, nel 2012, l'ente ha cambiato radicalmente la sua posizione spianando la strada alla richiesta di escavazione, presentata da Cave Danesi spa (con il sostegno di una lettera dell'allora governatore Roberto Formigoni), in prima battuta sino a 2 milioni di metri cubi di argilla. Uno scempio. Ancor più alla luce dell'inquadramento di Daniele Meregalli, responsabile Ambiente Fai: «Parlare di geositi, e Regione Lombardia ne ha censiti 264, sembra parlare di un concetto astratto. Non sono un fiume, un lago o un bosco, ma nelle loro rocce è scritta la memoria del pianeta. Nel Pianalto della Melotta è possibile leggere il processo geologico che ha fatto incontrare la catena degli Appennini e quella delle Alpi. Il Pianalto presenta, nella sua unitarietà, una tipologia di suoli completamenti diversa da ciò che gli sta intorno. Perderlo avrebbe significato perdere un modello di gestione del territorio».

Non è stato così anche, e forse soprattutto, grazie a una donna coraggiosa che si è battuta strenuamente in difesa del Pianalto, Francesca Bottini, dal 2011 capo delegazione Fai Cremona, che di professione fa la guida turistica. «Sono stati anni lunghissimi, esasperanti, quasi masochistici. Com'è nel nostro stile, non abbiamo lanciato proclami ad effetto ma privilegiato il rigore di una puntuale analisi tecnica». Il principale interlocutore degli ambientalisti è stata la Provincia. «Ci siamo imbattuti spessissimo nei muri di gomma della politica e dei funzionari, basta andarsi a rivedere le risposte sprezzanti, persino umilianti alle nostre osservazioni al Piano cave, le prime sono del luglio 2013». Il «piccolo Davide», come definisce se stessa e gli altri volontari del Fai, non pensava di farcela. «Quando Giovanni Bassi, il geologo di Italia Nostra, mi ha dato la notizia della sentenza, non credevo alle mie orecchie. Quando l'ho letta, non credevo ai miei occhi. È un pronunciamento che fa scuola». In quelle ventuno pagine viene affermato un principio fondamentale: «La tutela del paesaggio rappresenta un interesse prevalente rispetto a qualunque altro interesse, pubblico o privato».

Gli incontri, i convegni e l'attività di divulgazione non sono bastati per fermare la cava. E così, alla fine, non è rimasta altra possibilità che rivolgersi al Consiglio di Stato. Il ricorso è stato patrocinato dall'avvocato Paola Brambilla, presidente del WWF Lombardia, che commenta: «Si è resa giustizia alle associazioni ambientaliste e all'importanza straordinaria di un monumento naturale unico per storia ed ecosistema. Proprio in questi giorni è discussione il Piano paesistico regionale: sarebbe auspicabile che venissero tutelati i geositi». Ora comincia un'altra fase: fare conoscere, valorizzare l'altopiano padano, un patrimonio poco apprezzato, come spesso accade, dalla gente del posto. «Eppure — giura la portabandiera cremonese del Fai — quando lo si vede, con la sua ricchezza botanica e faunistica, ce ne si innamora».

>> Leggi l'articolo sul sito del Corriere della Sera

>> Leggi la sentenza del Consiglio di Stato

lunedì 13 febbraio 2017



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