Per il paesaggio, l'arte e la natura.
Per sempre, per tutti.

Alla ricerca di un nuovo ceto dirigente

La conservazione del patrimonio artistico e del paesaggio oggi.


Visto Dal FAI Cosa ne sarà dell'indissolubile insieme di patrimonio artistico e paesaggio, della connessione fra ambiente e cultura che caratterizza l'Italia su tutti gli altri paesi del mondo? Riusciremo a trovare la strada per un radicale ammodernamento culturale delle strutture dell' Amministrazione, con uno Stato troppo presente o troppo assente, quindi insufficiente? La discussione sulla applicazione della Riforma Franceschini aperta dal Fai, continua con questa analisi di Bruno Zanardi, professore di Restauro a Urbino.

di Bruno Zanardi

La tutela è problema che riguarda il patrimonio artistico nella sua totalità (nella "totalità della storia") e nel rapporto sempre più squilibrato con la totalità di un ambiente fortemente degradato perché esposto a ogni forma di aggressione antropica. Se la caratteristica che rende unico al mondo il patrimonio storico e artistico italiano è la sua indissolubilità dall'ambiente su cui è andato meravigliosamente stratificandosi nei millenni, la tutela diventa un problema organizzativo vastamente politecnico in senso territoriale, tecnico-scientifico, giuridico tassonomico, geografico, urbanistico, economico, sociologico…

 

Il catalogo è questo

In Italia, dei circa 8.100 nostri comuni, 3.000 sono ormai quasi senza abitanti e perciò detti "comuni fantasma", mentre altri 3.000 hanno meno di 5.000 abitanti. Ne discende che una cospicua percentuale del territorio italiano è già oggi disabitato e non più coltivato.  Quindi è problema impossibile da risolvere senza prima definire una nuova politica di tutela che, per poter essere applicata, deve essere sostenuta da una nuova legge.
A questo va aggiunto che, nei fatti, tutti i danni che vengono al patrimonio artistico hanno un'origine ambientale, cioè da un ambiente non più tenuto in equilibrio dal lavoro agricolo  (controllo delle rive di fiumi, torrenti e fossi, manutenzione del sottobosco, risarcimento delle piccole frane, eccetera…), mentre la custodia dei centri storici, come delle quasi 100.000 chiese e conventi infinitamente diffusi sul territorio, non può più essere assicurata dalla normale manutenzione condotta dagli abitanti: cittadini, come preti, monaci e suore, questi ultimi oggi gravemente diminuiti di numero e fortemente invecchiati.
Una situazione straordinariamente grave e apparentemente irreversibile, questa appena descritta, inoltre peggiorata dalla generale e sempre più capillare devastazione del paesaggio e delle città da parte della speculazione edilizia, di cui sono esempio palmare le nuove periferie e lo stupro dell'intero perimetro delle coste marine, insieme a quelle dei laghi. Un disastro sotto gli occhi di tutti che in nessun modo le soprintendenze, ma prima ancora il Mibact e le Università (che i soprintendenti formano, come mai va dimenticato), sono oggi in grado di affrontare per il gravissimo ritardo culturale in cui vive il mondo della tutela.

 

Per una nuova ecologia culturale

C'è un concetto, più una visione antropologica che una astratta idea filosofica, che ci può indicare una via di uscita nella quale l'uomo ritrovi se stesso in sintonia con il modo che abita. Parliamo dell'«Ecologia culturale» a cui Papa Francesco ha dedicato un capitolo della sua enciclica ambientale, Laudato si', che mette al centro il pianeta tutto, designandolo appunto come «casa comune».
Ma cosa deve intendersi per Ecologia culturale. In sintesi: il controllo degli esiti delle inevitabili interazioni tra uomo e natura devono essere inscritti nelle responsabilità dell'operare umano. Focalizzando il problema: la tutela, protezione e valorizzazione culturale non può essere disgiunta dalla conservazione dell'ambiente. Era questa un'idea su cui Giovanni Urbani, come direttore dell'Istituto centrale per il restauro, pensava si dovesse incardinare la ricerca di una soluzione che tenesse insieme ciò che la natura ha creato e la storia unito. Usiamo le sue parole, due citazioni da un convegno a Roma nel 1983, la prima, e la seconda da un testo del 1971, ritornate ora d'attualità, per definire in sintesi la formula dell'Ecologia culturale:

«La preoccupazione per la conservazione materiale dell'opera d'arte ha la stessa radice della preoccupazione ecologica, cioè rientra in quel movimento universale di opinione per  cui si è preso a temere che gli attuali modi di produzione e di vita finiscano per compromettere l'equilibrio tra le varie componenti del mondo fisico, così minando le condizioni stesse della sopravvivenza della nostra specie».
«Ecco dunque cosa c'entra l'arte con la natura, ed ecco perché nel dibattito sulla conservazione della natura bisogna che sia ben chiaro che ciò che si intende preservare non è solo un certo equilibrio di leggi biologiche o di composti chimici, ma la possibilità per l'uomo di considerarsi una parte armonica, e non, come è stato detto, un cancro del mondo».

Ma molte sono da allora le domande rimaste senza risposta. E' stata formata l'amministrazione di tutela per interrogarsi sul senso della presenza  del passato nel mondo d'oggi, quindi nel tempo, il nostro, dell'uomo dopo la fine della storia? È in grado l'Università (che i funzionari dell'amministrazione di tutela forma, come mai va dimenticato), d'interrogarsi sulla storia nella sua totalità del "passato" per attingerne i modi dell'azione con cui opporsi alla deriva d'irresponsabilità che l'uomo post storico reca con sé? Di produrre una autonoma cultura in grado d'opporsi alla sempre più invasiva e capillare devastazione dell'ambiente e del paesaggio, come alla sostituzione dell'arte del passato con i prodotti d'un indifferente e globalizzante, nonché post-storico, "design" decorativo uguale in tutto il mondo? Quello che, nel nome d'una estetica resa in specie ideologica di estetismo, truffa per arte qualunque cosa? La Babele degli edifici speculativi in forma di pinnacoli, vette, nuvole, torri, verde verticale, o l'altra d'un mucchio di sassi messo in un angolo d'una stanza, un canotto "gonfiato dall'artista", un pescecane congelato, l'accendere e spegnere le luci in una stanza vuota, il tracciare a caso un fregaccio su una tela, fino a definire Arte mere merci quali occhiali, abiti, stoffe, caffettiere, orologi, arredi o gli spazzolini da denti?
In sintesi, è in grado l'Università italiana di indicare all'amministrazione di tutela i modi con cui svolgere il ruolo di garante perché i cittadini possano continuare a fare del confronto con il proprio passato uno dei loro compiti essenziali? Domande, queste, ineludibili rispetto al difficile tempo in cui ci è stato di vivere. E domande che tutte hanno una prima e entusiasmante risposta. La storica organizzazione territoriale di tutela delle soprintendenze italiane è stata, e resta, modello nel mondo intero.
Entusiasmo però subito dopo revocato in dubbio dal fatto che, in termini operativi, quella stessa organizzazione di tutela si trova (a cominciare da chi la forma, quindi l'Università) in una condizione di gravissimo ritardo culturale, quello che la rende del tutto incapace d'affrontare simili quesiti. Essa è infatti ancora oggi espressione d'una cultura al cui centro sono i principi della «Politica delle Arti» del fascismo enunciati da Giuseppe Bottai al Convegno dei soprintendenti del 1938 e resi nel corpo di leggi di tutela formulato l'anno dopo.

 

Un deficit storico

Una cultura, legge 1089/39 in primis, quella del corpo di leggi del 1939, pensata per l'Italia del Re e del Duce, cioè per un paese con un'organizzazione dello Stato ferreamente verticistica e centralistica, una dittatura, inoltre pensata per un paese intatto, immobile, bellissimo, poverissimo. L'arcaica Italia "senza tempo" in cui chi esercitava l'azione di tutela, i soprintendenti, poteva ancora avere come orizzonte il famoso incipit del Breviario di estetica di Croce secondo cui «l'arte tutti sanno cosa sia», concludendone, sempre i soprintendenti, che perciò «dell'arte tutti se ne possono occupare». Deduzione lontanissima dall'alto magistero del filosofo napoletano, in compenso divenuta, col sempre maggior radicalizzarsi dei problemi socio-ambientali, sempre più vicina a quanto Jean Cocteau fa dire a uno dei personaggi del suo testo per il balletto Les Mariés de la Tour Eiffel: «Puisque ces mystères nous dépassent, feignons d'en être les organisateurs» (Visto che i misteri ci sopraffanno, facciamo finta di averli organizzati).
Un ritardo culturale, o meglio, un deficit, che per quanta riguarda ruolo e azione dei soprintendenti è stato risarcito (si fa per dire) dal Mibact italico more, cioè proseguendo imperterrito (ancora oggi) a far valere la forzatura giuridico-burocratica con cui si certifica la competenza scientifica dei soprintendenti, rendendone perciò stesso l'azione – restauri estetici e vincoli solo in negativo – insuperabile e ingiudicabile. Da chiunque: professore, tanto quanto cultore della materia, ovvero uomo o donna di semplice buon senso. Un autocratico esercizio di potere forse comprensibile negli anni 1938/39, quando si diveniva soprintendenti in grazia d'un titolo di laurea allora piuttosto raro; forse nemmeno una decina in tutto le cattedre d'archeologia, storia dell'arte e architettura in quegli anni in Italia, per di più accese in Università frequentate da una stretta classe sociale, in conseguenza con pochissimi i laureati.
Autocrazia dei soprintendenti oggi non più ricevibile sul piano della società. Non tanto e non solo perché nel frattempo le cattedre d'archeologia, storia dell'arte e architettura sono divenute centinaia e i loro laureati centinaia di migliaia: numeri assurdi, ma questo è altro discorso. Bensì per la sempre maggior evidenza di come una formazione solo storico-artistica, quella ancora oggi impartita dall'Università, sia del tutto insufficiente per poter affrontare con qualche speranza di successo l'enorme ampliarsi, diversificarsi e complicarsi dei fattori di degrado del patrimonio artistico e del paesaggio che sono andati creandosi in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Specie quelli di natura ambientale.
Da qui la sempre più indifferibile esigenza d'un radicale ammodernamento delle strutture di tutela e valorizzazione, che dovrà coincidere con un altrettanto radicale ammodernamento nella formazione dei soprintendenti, quest'ultima da affidare a specifiche scuole post laurea a numero rigidamente chiuso. Scuole tenute dai pochissimi che, nell'Università italiana, abbiano una vera bibliografia di specie che documenti una riflessione teorica originale su restauro, conservazione e tutela, anche motivata da una diretta pratica del restauro. Quindi in grado d'impartire razionali, documentati e coerenti insegnamenti nelle molte e varie discipline teoriche, storiche e filosofiche, come di conservazione preventiva e programmata, scienze ambientali, organizzazione amministrativa, diritto, economia, geografia, eccetera, divenute oggi parte integrante d'un tema, la tutela, sempre più strettamente collegato agli interessi vitali della società. A partire da quello ambientale.
Non certo per caso. torna qui alla mente la polemica, minoritaria invero, che accompagnò la nascita del Ministero dei Beni culturali, voluto nel 1974 da Giovanni Spadolini, che appunto ne fu per primo il ministro. Ci fu chi pensava fosse preferibile al posto di un nuovo organismo politico e burocratico, una Agenzia dei Beni culturali, in modo da lasciare allo Stato, partendo dall'articolo 9 della Costituzione, il monopolio di regole e principi, per affidare invece conservazione e valorizzazione a una struttura specialistica che per conservare, proteggere, tutelare, valorizzare potesse usare i più agili strumenti del diritto privato.

 

Miseria e Nobiltà

Soluzioni? Una, soprattutto. Che gli italiani ritrovino l'energia morale e civile, l'orgoglio, per far sì che Totò cessi di essere il loro profeta. Quel Totò che in Miseria e Nobiltà si fingeva principe senza accorgersi che gli era caduto mezzo baffo, il baffo posticcio che lo faceva tornare un lazzaro napoletano. Quindi che gli italiani smettano d'attendere l'ennesimo salvatore della patria (sempre con mezzo baffo, però…), producendo invece loro un nuovo e competente e capace ceto dirigente, capillarmente insediato nel paese. Quello che oggi esiste in sempre più ridotti e marginali frammenti di società. Un nuovo ceto dirigente, che s'inveri in una politica finalmente in grado di guidare il Paese con atti chiari, razionali, coerenti e equi.
Per fare cosa? Una prima cosa: gettare le basi per una vera e radicale trasformazione della cultura dell'Amministrazione pubblica. L'attuale è infatti l'espressione d'uno Stato insieme troppo presente e troppo assente, perciò del tutto inefficiente. Quello ben descritto da Sabino Cassese nel suo saggio: L'Italia: una società senza Stato?. Una radicale trasformazione dell'Amministrazione pubblica, che forzatamente dovrà partire dal luogo di formazione per eccellenza dei ceti dirigenti: la scuola, l'università. La seconda cosa: avviare la 'crescita'. Inutile ribadire quanto tutti vediamo: i limiti politici, economici e sociali d'una crescita frutto d'un capitalismo industriale e finanziario, che si pretendeva potesse crescere all'infinito su sé stesso, senza mai dover fare i conti con «ciò che giova all'uomo» come scriveva Giovanni Urbani.
Come ha detto Papa Francesco in un passaggio cruciale della Laudato si': «Insieme al patrimonio naturale vi è un patrimonio artistico e culturale, ugualmente minacciato. È parte dell'identità comune di un luogo e base per costruire una città abitabile… Bisogna integrare la storia, la cultura e l'architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l'identità originale. Perciò l'ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell'umanità nel loro significato più ampio. … È la cultura non solo intesa come i monumenti del passato ma specialmente nel suo senso vivo, dinamico e partecipativo, che non si può escludere nel momento in cui si ripensa la relazione dell'essere umano con l'ambiente».

*Bruno Zanardi è professore di "Teoria e tecnica del restauro" presso l'Università Carlo Bo di Urbino. Fra i suoi libri più recenti, Il restauro: Giovanni Urbani e Cesare Brandi, due teorie a confronto, Skira 2009, e nel 2013 Un patrimonio artistico senza: ragioni, problemi, soluzioni, Skira, 2013.

 

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Dialogo sui Beni Culturali

di Andrea Carandini e Dario Franceschini

Il dibattito sulla Riforma del Mibact, iniziato sul sito del FAI nel marzo di quest'anno giunge alla sua battuta conclusiva con un confronto tra il presidente Andrea Carandini e il ministro Dario Franceschini al fine di mettere in evidenza punti di svolta e nodi ancora irrisolti di un tema complesso ma fondamentale per la tutela e valorizzazione dell'immenso patrimonio dei Beni Culturali italiani.

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Trent'anni di un artigiano tra le Soprintendenze

di Marco Magnifico

«I soprintendenti una volta erano Maestri , ancor prima che per me, per il Paese, per i politici, gli amministratori cittadini, per i numerosi funzionari che preparavano al futuro come Socrate  con i suoi alunni, perché sapevano che a loro avrebbero un domani affidato le redini del dorato cocchio dei Beni Culturali italiani. Dove è finito tutto ciò? … Non c'è futuro per una soprintendenza poliziesca e chiusa in se stessa; alla luce della recente, ampia, forse risolutiva, discussa e anche avversata Riforma Franceschini, … il futuro sta solo nel lavoro comune e condiviso con una collettività pubblica e privata sempre più presente, cognita, disponibile e pronta ad un lavoro sussidiario cosciente e di qualità, per altro riconosciuto e incoraggiato dalla costituzione»

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Per una nuova cultura politica del Paesaggio

di Anna Marson

«Dovrebbe essere naturale in un paese come il nostro che dispone tuttora – nonostante gli scempi perpetrati - di un patrimonio di paesaggi unico al mondo, chiedersi ogni qualvolta si prevedono finanziamenti per l'agricoltura, per le infrastrutture, per lo sviluppo economico, quali accorgimenti si possano adottare affinché il paesaggio non solo non venga danneggiato, ma ne esca qualificato»: con questa preoccupazione Anna Marson, già assessore della Toscana, che è riuscita a far approvare per la propria regione il Piano paesaggistico, interviene nel forum promosso da Fai sulla trasformazione del MiBACT.

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Dalla teoria alla pratica dei Beni culturali

di Filippo Maria Gambari

Un archeologo, già sovrintendete della Lombardia, mette alla prova dell'esperienza la attuazione concreta delle nuove leggi che regolano conservazione, la tutela e la valorizzazione, del nostro patrimonio culturale. E individua tre criticità.

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Il valore culturale

di Daniele Manacorda

Le due riforme dei Beni culturali in atto partono dalla constatazione che non si può continuare a fare quello che si è sempre fatto. La prima ha innovato moltissimo imponendo pari dignità fra tutela e valorizzazione. La seconda, che prevede le Soprintendenze uniche, illumina il contesto territoriale e impone un approccio globale al Patrimonio culturale. Una strada, non senza ostacoli, ancora tutta da percorrere. Ecco come.

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La riforma vista da vicino

di Emanuela Carpani

«Per cominciare, proporrei una moratoria nell'artificiosa contrapposizione tra i sostenitori della tutela e quelli della valorizzazione. Quanti fiumi di inchiostro sono già stati versati? Quante energie critiche disperse?»: ecco l'analisi delle leggi Franceschini, fatta da una soprintendente impegnata sul campo a Venezia e Laguna, focalizzata su quei punti critici in cui i principi sono messi alla prova dei fatti e delle realtà più complesse.

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Le solite chiacchiere sull'arte

di Massimo Montella
Crespi

Massimo Montella affronta i punti cruciali della polemica sulle leggi promosse dal ministro Dario Franceschini: «Bisogna riconoscere il valore insito nei beni culturali, comunicarlo in modo da tutti comprensibile, cioè sviluppando un buon marketing… Non si può contrabbandare la valorizzazione per mercificazione… Alla tutela passiva va sostituita una funzione di valore pubblico…»

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Per la valorizzazione della Tutela

di Roberto Cecchi
Crespi

«Se la “valorizzazione” è il futuro del patrimonio culturale la “tutela” è l'essenza della funzione individuata dalla Costituzione»: Roberto Cecchi, già sottosegretario ai Beni culturali interviene con un profonda analisi sugli effetti della trasformazione in atto guidata dal ministro Dario Franceschini....

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Il braccio e la mente

di Sabino Cassese
Crespi

«Il ministero è una scatola vuota»: è rimasta celebre la constatazione non solo tecnica e giuridica, ma anche politica e culturale, con cui Sabino Cassese, massimo specialista di diritto pubblico, bocciò la nascita fra il 1974 e il 1975, del Ministero dei Beni culturali, creato per impulso di Giovanni Spadolini che per primo ne fu il ministro.

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In nome dell'articolo 9

di Giuliano Volpe
Crespi

Dopo anni di scarsa rilevanza, la discussione intorno alla riforma messa in atto da Franceschini già in due fasi e il tema della valorizzazione e della tutela del patrimonio artistico, museale, paesaggistico hanno ritrovato una nuova centralità politica e culturale. ...

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Il Futuro del Passato: la Riforma del MiBACT

Crespi

È in atto una profonda revisione, con il suo seguito di opinioni a confronto intorno al processo di riforma messo in atto dal ministro Dario Franceschini. Il Fai apre le pagine del suo sito a una discussione come è nello spirito della sua missione, senza idee preconcette, al di là degli schieramenti culturali, fuori da ogni preclusione ideale.

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giovedì 31 marzo 2016



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