Per il paesaggio, l'arte e la natura.
Per sempre, per tutti.

La riforma vista da vicino

Continua il forum del FAI sulla riforma del MiBACT


Visto Dal FAI «Per cominciare, proporrei una moratoria nell'artificiosa contrapposizione tra i sostenitori della tutela e quelli della valorizzazione. Quanti fiumi di inchiostro sono già stati versati? Quante energie critiche disperse?»: ecco l'analisi delle leggi Franceschini, fatta da una soprintendente impegnata sul campo a Venezia e Laguna, focalizzata su quei punti critici in cui i principi sono messi alla prova dei fatti e delle realtà più complesse.

di Emanuela Carpani

Vorrei riuscire a proporre con sincerità, evitando inutili ipocrisie, ma con propositi costruttivi, alcune riflessioni sulla riforma del MiBACT avviata dal DPCM 171/2014 e proseguita con il recente DM 44/2016. In sintesi: la Riforma Franceschini.
Il mio è un punto di vista "dall'interno", di chi la riforma la deve attuare al meglio, con lealtà, ma facendo inevitabilmente i conti con i mezzi a disposizione e con le condizioni al contorno non sempre controllabili e gestibili come si vorrebbe.
Non vuole essere un "giudizio" sulla bontà o meno delle scelte adottate: non spetta a me darlo ed in ogni caso credo che solo una congrua prospettiva storica potrà consentire di fare un sereno bilancio dei cambiamenti sostanziali avviati.

Per una moratoria

Per cominciare, proporrei una moratoria nell'artificiosa contrapposizione tra i sostenitori della tutela e quelli della valorizzazione. Quanti fiumi di inchiostro sono già stati versati? Quante energie critiche disperse? Se dal punto di vista codicistico (e non è cosa da poco) si afferma chiaramente la preminenza delle ragioni della tutela su quelle della valorizzazione (artt. 1, 2, 6 e 48 del DLgs 42/2004 e successive modifiche), personalmente credo che in realtà si tratti di una questione facilmente ricomponibile considerando le due categorie come due facce della stessa medaglia. Quando faccio tutela, faccio anche valorizzazione, e viceversa: devo innanzitutto studiare la "cosa" di cui si valuta la sussistenza o meno del valore culturale per trasformarla giuridicamente in "bene", la devo conoscere approfonditamente per poterne dichiarare l'interesse. La conoscenza che si raggiunge potrà alimentare di contenuti la condivisione dell'esperienza culturale, potrà suggerire percorsi di fruizione differenti, pensati per diversi potenziali utenti, personalizzati per renderli più appetibili ed efficaci. La tutela è il primo passo della valorizzazione: se non tutelo rischio di compromettere o di perdere definitivamente il bene, e di conseguenza di non poterne più proporre la valorizzazione. Come faccio a promuovere la valorizzazione di una villa storica se nel frattempo l'urbanizzazione selvaggia ne ha irreparabilmente alterato il contesto? Chi ci vorrà venire? E, soprattutto, chi ci vorrà tornare? Chi farà un passa-parola favorevole? Come faccio a valorizzare da un punto di vista culturale un quadro, una scultura, un'opera in genere, se non l'ho salvata dalle esportazioni, se non ne ho riconosciuto il valore culturale, se non ho evitato restauri malfatti, se l'ho ripetutamente esposta a rischi di conservazione con trasporti e cambi di microclima pericolosi per il suo mantenimento in buono stato ? Viceversa, se valorizzo culturalmente, secondo modalità compatibili con la conservazione del bene, la sua stessa fruizione è garanzia di tutela: se c'è valorizzazione c'è (o dovrebbero esserci) presidio, controllo, manutenzione, cura.
Quindi, cerchiamo di fare bene la tutela per una corretta valorizzazione, e viceversa, valorizziamo compatibilmente con i limiti tecnici e culturali imposti dai criteri di tutela. Non ci sono ricette magiche, ma caso per caso si potranno condividere le metodologie conservative ed i modelli di gestione per una coinvolgente fruizione rispettosa.

Il dilemma delle specializzazioni scientifiche

La suddivisione delle Soprintendenze nei diversi settori dei beni culturali ha fino a poco tempo fa reso possibile che i dirigenti fossero scelti tra gli esperti del loro settore: per i beni storico-artistici vi erano dirigenti storici dell'arte, per i beni archeologici vi erano dirigenti archeologi, per i beni architettonici o paesaggistici vi erano dirigenti architetti, e così via anche per gli archivisti e per i bibliotecari. La nuova riforma, avendo accorpato archeologia, belle arti e paesaggio in uniche soprintendenze miste, comporta che le stesse potranno essere rette indifferentemente da architetti che firmeranno anche pratiche relative a beni archeologici o storici artistici, storici dell'arte che firmeranno anche pratiche relative a beni archeologici, architettonici e paesaggistici o archeologi che firmeranno anche provvedimenti relativi a beni storico-artistici o architettonici o paesaggistici. Questa separazione tra le competenze tecnico-disciplinari e il posto dirigenziale che si va a ricoprire può funzionare per posti di coordinamento (come erano le Direzioni regionali prima ed i Segretariati regionali ora), per la natura intrinsecamente intersettoriale delle competenze di questi uffici, ma può essere pericolosa per gli uffici che si devono occupare di tutela.
Il problema consiste nel fatto che gli atti delle Soprintendenze non sono meramente amministrativi, ma hanno un contenuto tecnico-discrezionale molto importante, anche per le connesse responsabilità (comprese quelle penali, penso per esempio al danneggiamento del patrimonio culturale o paesaggistico…). Come fa un dirigente che non ne ha le competenze, a firmare serenamente provvedimenti di cui non riesce a controllare pienamente la fondatezza scientifico-disciplinare ? Mi potrà essere obiettato che proprio per questa ragione sono state pensate le 7 aree funzionali ciascuna con un proprio responsabile. Intanto, in prima attuazione il nuovo dirigente dovrà nominare i sette responsabili entro 3 giorni dalla sottoscrizione del contratto. Ciò significa che, anche senza conoscere i propri collaboratori, il dirigente dovrà assegnare tale importante ruolo secondo criteri per il momento non forniti, sperando di poter contare su funzionari preparati e leali.
Il rischio di malumori interni e di malessere organizzativo è altissimo, con conseguenze nefaste per il buon andamento dell'azione amministrativa. Non solo, si prospetta anche il rischio concreto di non avere nessuno da nominare in quanto non ancora presente in organico (penso agli archeologi ed ai demoetnoantropologi, ma anche, e soprattutto, agli uffici di nuova istituzione che non hanno ancora personale afferente), a meno che non si attui la mobilità del personale prima di far sottoscrivere il contratto ai futuri super-soprintendenti.
Non è chiaro inoltre se a questi responsabili di area funzionale sarà riconosciuto un indennizzo per il ruolo o meno, una sorta di "posizione organizzativa" come avviene negli enti locali. Forse sarebbe stato meno doloroso, come pare suggerire Giuliano Volpe nel suo intervento a questo forum, tornare agli uffici regionali di tutela, con un dirigente di prima fascia cui far afferire un dirigente di seconda fascia per ogni settore disciplinare, un po' come succede (o, meglio, come succedeva, visti i recenti accorpamenti di competenze all'interno di medesimi "servizi", penso ad esempio alle "Belle arti") nelle Direzioni Generali. Dalla sottoscrizione del contratto giuridicamente si avvieranno le nuove super-soprintendenze che però rischiano, almeno per alcuni mesi, di restare delle scatole sostanzialmente vuote. Ma nel frattempo le istanze arriveranno e dovranno essere protocollate, istruite ed evase nei termini di legge, pena il famoso silenzio-assenso … Con quale personale? Con quali strutture? I precedenti come potranno essere verificati se gli archivi resteranno presso le Soprintendenze di provenienza (penso a quelle archeologiche o a quelle dalle quali saranno smembrati pezzi di territorio)? Si rischia un pericoloso corto-circuito, pericoloso innanzitutto per il corretto esercizio della tutela.
Come è noto, gli uffici periferici del Ministero attualmente sono in grande sofferenza di organico, con migliaia di fascicoli assegnati annualmente a pochi funzionari che devono assicurare quotidianamente decine e decine di istruttorie anche molto complesse. In queste condizioni è inevitabile un effetto di "inefficienza indotta" dall'eccessivo carico di lavoro a fronte della scarsità di risorse umane e strumentali assegnate.
Qualche anno fa Giampiero Massolo, allora Segretario generale della Farnesina, in una lettera al Corriere della Sera ("Attenti a non prosciugare lo Stato", pubblicata il 16 luglio 2010 a p. 42) aveva affermato: "Quello che si registra [...] è uno svuotamento progressivo delle risorse umane e finanziarie delle amministrazioni centrali: in una prima fase, costringe senz'altro a razionalizzare e riassorbire inefficienze, oltre un certo limite [...] porta inevitabilmente a ridimensionare azioni e ambizioni".
Posso testimoniare per esperienza diretta, senza correre il rischio di essere tacciata di immodestia, tante situazioni virtuose, direi "eroiche", sia di dirigenti che di funzionari in condizioni veramente difficili che hanno comunque garantito un buon livello di servizio sul territorio in cui si sono trovati ad operare. E se gli uffici periferici funzionano bene, anche il contesto ne trae beneficio: si crea un indotto positivo, anche solo in termini di progettualità culturali condivise, specie se costruite su scala distrettuale, con benefiche ricadute sulla qualità della vita degli abitanti, in primis, e sull'offerta turistica (mi riferisco soprattutto al turismo culturale, in sostanziale crescita secondo il recente rapporto del Centro Studi Turistici di Firenze). Gli uffici del Ministero non devono tornare ad essere degli ammortizzatori sociali (nel passato, anche recente, l'assorbimento di lavoratori provenienti da varie realtà in dismissione è stata una delle cause del loro progressivo sfaldarsi): basta una controllata e pianificata immissione di nuovo personale qualificato per rilanciarne l'azione, secondo modalità aggiornate negli strumenti (anche informatici) e qualitativamente elevate.

 

Largo ai giovani

Il personale del Ministero ha un'età media molto alta, come è già stato da più parti osservato: è l'esito puramente statistico di una progressiva riduzione (si è passati da 24.900 unità nel 2004 alle attuali 17.805, con una contrazione di oltre il 30 % in 12  anni) senza un sostanziale ricambio con nuovi dipendenti giovani. L'allarme era stato lanciato anni fa, anche perché era prevedibile l'ondata di pensionamenti che si sta verificando con la generazione di coloro che sono entrati a metà anni '70, in corrispondenza dell'istituzione del Ministero stesso. In questo periodo pare di assistere ad una continua Sinfonia degli addii di haydniana memoria, dove pian piano tutti i suonatori escono dall'orchestra, recando ciascuno con sé la propria candela di esperienza in mano, senza averla potuta condividere con qualche giovane sostituto. La mancata staffetta tra i più anziani e le nuove leve è il dato più drammatico per un Ministero che fa, dell'alta preparazione specialistica del personale, il proprio fiore all'occhiello. Chi entrerà con i nuovi concorsi non potrà affiancarsi al personale nel frattempo collocato a riposo, perdendo la straordinaria opportunità di condividerne esperienze e saperi.
Il personale, sia tecnico che amministrativo, in alcuni uffici si avvia a dimezzarsi. Come si è visto, parallelamente le competenze non sono diminuite, al contrario: con gli accorpamenti esse sono aumentate, mentre i termini dei procedimenti in alcuni casi sono stati sostanzialmente compressi (si pensi alle conferenze dei servizi e al combinato effetto del silenzio assenso).
A breve partirà il concorso per 500 nuovi funzionari tecnici (antropologi, archeologi, architetti, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, promozione e comunicazione, restauratori e storici dell'arte). Si osservano due importanti assenze: in primo luogo quella dei funzionari amministrativi (tanto preziosi in relazione alle necessità imposte da una radicale riforma che investe differenti settori: dal personale ai procedimenti amministrativi, dalle forme di gestione alle modalità di individuazione dei contraenti, dal partenariato pubblico-privato agli accordi interistituzionali). In secondo luogo, una macchina funziona bene se tutte le sue parti sono quantitativamente proporzionate e armoniosamente composte. Non può funzionare bene se vi sono solo funzionari senza gli assistenti di supporto (sia tecnici che amministrativi): un bravo geometra aiuta l'architetto in tante incombenze come un bravo ragioniere può essere di supporto al direttore amministrativo. Se il funzionario si deve occupare di tutto, sottrae tempo prezioso alle sue istruttorie, anche a quelle più complesse, rallentando i termini di evasione delle pratiche o lavorando con superficialità imposta dall'incombenza delle scadenze.
Le giovani generazioni hanno fame di lavoro in questo settore: solo pochi mesi fa, in occasione della selezione dei 500 giovani per la cultura (con un contratto comunque di durata limitata e con corrispettivi non particolarmente allettanti), erano pervenute oltre 20.000 domande. I giovani hanno voglia di lavorare per il proprio patrimonio culturale e si può immaginare quale fondamentale apporto potrebbero fornire nel rinnovamento (anche di mentalità di approccio). Perché non puntare su questo settore anche per abbattere la piaga della disoccupazione giovanile ? Un buon servizio pubblico può innescare, come si è detto, un benefico effetto di indotto, anche economico, sul territorio.

Le virtù della programmazione

Risorse ordinarie (programmazione) vs finanziamenti straordinari (spot): il problema è cruciale! Posso solo immaginare la complessità di dover gestire un'importante riforma in un periodo di crisi e con la necessità di continui tagli alla spesa pubblica, per cui non voglio apparire ingenua o sprovveduta. Da diversi anni però si assiste ad un'esponenziale contrazione delle risorse allocate sulle spese di gestione e sulla programmazione ordinaria, al limite dell'asfissia totale, a fronte di sporadici finanziamenti straordinari, legati solo ad alcuni panieri di interventi (leggi speciali, grandi progetti …). Ciò vanifica ogni sforzo di programmazione non avendo la possibilità di contare tutti gli anni su un budget, anche non elevatissimo, con cui assicurare per lo meno la manutenzione ordinaria e straordinaria del patrimonio in consegna. Poco, ma tutti gli anni e in tempo utile (non a fine anno con obbligo di impegno di spesa entro l'esercizio finanziario), consentirebbe di pianificare, non di vivere sempre sull'emergenza, sul pronto intervento (che ipoteca la programmazione degli anni successivi).
Non solo, a parole tutti riconoscono la centralità della manutenzione come soluzione per contenere i costi ed evitare più impegnativi interventi di restauro, ma nei fatti la distribuzione delle risorse non rispecchia tale condiviso orientamento non solo scientifico-disciplinare, ma anche tecnico-professionale. Finanziare la manutenzione potrebbe sembrare meno "visibile", con minor "ritorno di immagine". Io inventerei una Festa della Manutenzione, da tenersi annualmente, durante la quale - sia al centro che capillarmente sul territorio - si possano confrontare i risultati conseguiti in quell'anno, i metodi di coordinamento e di contenimento dei costi, le opportunità di lavoro offerte alle imprese, le occasioni di formazione per coloro che stanno apprendendo un mestiere. Si potrebbe abbinare anche un "Premio Manutenzione d'Oro" per riconoscere i casi particolarmente virtuosi, le best-practices da cui prendere spunto. Organizzare la manutenzione è un lavoro vero e proprio e certe realtà italiane e straniere hanno raggiunto risultati magistrali (penso a certe Fabbricerie, Opere, Associazioni di proprietari di beni culturali …). Per altro, in un contesto di sostanziale contrazione della produzione di nuova edilizia, il mantenimento del patrimonio esistente (di cui è evidente il progressivo deteriorarsi, in assenza di interventi manutentivi) è diventato un settore molto interessante anche dal punto di vista economico.

Buro review

Nel settore dei beni culturali, la spending review si può attuare anche attraverso la bureaucracy review che possiamo abbreviare in buro review. Cerco di spiegarmi. Tutti lamentano i lacci e i lacciuoli della burocrazia, ma pochi cercano di analizzare a fondo il problema, metterne a fuoco le cause e trovare soluzioni che non consistano solo nel contrarre i termini dei procedimenti o nel renderli ancora più difficili sia per gli utenti che per i dipendenti pubblici che vi devono attendere. Mi sono chiesta spesso come possa essere definita la burocrazia, al di là dell'etimologia. La risposta che mi è sembrata più convincente è la seguente: la burocrazia si sostanzia in leggi scritte male, senza tener conto delle conseguenze all'atto della loro applicazione concreta.
Tutti ricorderanno la tragedia del primo grosso naufragio di Lampedusa che nell'ottobre 2013 causò quasi 400 vittime. In quell'occasione il Procuratore di Agrigento dovette iscrivere nel registro degli indagati tutti i superstiti, in applicazione della legge vigente (credo la Bossi-Fini). Ci fu un coro di biasimo contro il povero Procuratore, anche da parte di numerosi esponenti politici che, anziché evidenziare le assurde conseguenze nell'applicazione di una legge promulgata dal Parlamento e provvedere rapidamente ad un suo emendamento, se la prendevano con un servitore dello Stato che aveva solo fatto il suo dovere, applicando la legge, anche per non incorrere lui stesso nel reato di omissione di atti d'ufficio. Sarebbe un paradosso, in uno Stato di diritto, che proprio un Procuratore disattendesse un disposto di legge.
Anche nel nostro settore vi sono diversi adempimenti e diversi procedimenti assolutamente farraginosi ed inutili, di cui le prime vittime sono proprio i funzionari che devono applicarli, e di conseguenza anche gli utenti che vi si trovano coinvolti. Si tratta di pratiche che generano un tasso elevatissimo di contenzioso amministrativo e di procedimenti penali, intasando i tribunali e comportando il lavoro di numerosi dipendenti pubblici (che costano ai contribuenti), di avvocati (che costano agli utenti) e di tempo (e sappiamo bene che mantenere bloccate situazioni edilizie o patrimoniali in genere ha un costo per tutti, per i proprietari, per i potenziali acquirenti, per le imprese che non possono fare i lavori e non possono riscuotere i corrispettivi), con un dispendio di risorse che non ci possiamo più permettere. Facciamo un paio di esempi, nella consapevolezza che sono solo una minima parte di ciò che si potrebbe fare per migliorare ragionevolmente il dettato normativo.
Primo esempio: l' art. 167 del Codice BBCCP vieta la possibilità di accertare la compatibilità paesaggistica qualora vi siano stati aumenti di superfici utili o volumi rispetto a quanto legittimamente autorizzato. Cosa succede in questi casi ? In genere il Comune presenta comunque la pratica alla Soprintendenza che deve esprimere un parere nel merito della compatiilità paesaggistica. La Soprintendenza deve chiedere chiarimenti sull'inoltro in contrasto al disposto normativo. Il Comune in genere si ravvede (proprio perché altrimenti si profilerebbero responsabilità penali ed erariali) ed emana l'ordinanza di rimessa in pristino, anche per piccole difformità (si parla anche di pochissimi metri cubi o metri quadrati in più, di 20-25 centimetri di differenza di altezza per motivi strutturali o di coibentazione termica) che non provocano alcun nocumento ai valori paesaggistici da tutelare e che, se fossero stati regolarmente richiesti a suo tempo, non vi sarebbe stato alcun motivo per diniegare l'autorizzazione paesaggistica. Il proprietario è costretto a rivolgersi ad un avvocato che presenta ricorso al Tar sul fronte amministrativo per bloccare, almeno temporaneamente, l'efficacia dell'ordinanza e deve farsi difendere in sede penale. Personalmente ho perso intere giornate presso i tribunali, e come me giudici, procuratori, difensori, imputati, tecnici degli imputati, tecnici degli uffici pubblici coinvoli (Comune e Soprintendenza), dirigenti dei Vigili Urbani: risolvere questi casi di "accanimento burocratico" non sarebbe spending review per tutti ?
Secondo esempio: l'art. 173 del Codice BBCCP prevede che se uno omette di denunciare un passaggio di proprietà (sia oneroso che non oneroso) di un bene culturale, avendo illecitamente compresso l'eventuale esercizio del diritto di prelazione (che comunque la norma prevede di poter esercitare a posteriori) o avendo solo impedito di aggiornare i dati sulla proprietà custoditi presso la Soprintendenza competente, debba essere perseguito penalmente. Anche in questi casi, fiumi di ore spese nei tribunali da dirigenti e funzionari pubblici, magistrati, avvocati, imputati, tecnici di parte e tecnici pubblici, organi ispettivi. Non sarebbe il caso di depenalizzare il reato, introducendo al contrario una bella sanzione amministrativa (magari parametrata al valore del bene, ad es. 1%) che possa servire a costituire un fondo di finanziamento per il mantenimento del patrimonio culturale pubblico ? Buro review e spending review insieme per razionalizzare l'azione amministrativa e penale, contenere i costi della PA e reperire risorse aggiuntive, disincentivando al contempo comportamenti irregolari.

Art Bonus

Per concludere, vorrei confermare il successo dell'Art Bonus ed esprimere l'auspicio che possa essere esteso anche ai beni di proprietà ecclesiastica, attualmente esclusi.
Ringrazio per l'attenzione e resto a disposizione per un ulteriore confronto, eventualmente su temi specifici che possano richiedere il punto di vista "sul campo".
Infine, un ringraziamento particolare al FAI per questa finestra di dialogo costruttivo.

*Emanuela Carpani, architetto, Soprintendente Belle Arti e Paesaggio per Venezia e Laguna

 

Leggi tutti gli interventi

Dialogo sui Beni Culturali

di Andrea Carandini e Dario Franceschini

Il dibattito sulla Riforma del Mibact, iniziato sul sito del FAI nel marzo di quest'anno giunge alla sua battuta conclusiva con un confronto tra il presidente Andrea Carandini e il ministro Dario Franceschini al fine di mettere in evidenza punti di svolta e nodi ancora irrisolti di un tema complesso ma fondamentale per la tutela e valorizzazione dell'immenso patrimonio dei Beni Culturali italiani.

Continua a leggere ►

 

Trent'anni di un artigiano tra le Soprintendenze

di Marco Magnifico

«I soprintendenti una volta erano Maestri , ancor prima che per me, per il Paese, per i politici, gli amministratori cittadini, per i numerosi funzionari che preparavano al futuro come Socrate  con i suoi alunni, perché sapevano che a loro avrebbero un domani affidato le redini del dorato cocchio dei Beni Culturali italiani. Dove è finito tutto ciò? … Non c'è futuro per una soprintendenza poliziesca e chiusa in se stessa; alla luce della recente, ampia, forse risolutiva, discussa e anche avversata Riforma Franceschini, … il futuro sta solo nel lavoro comune e condiviso con una collettività pubblica e privata sempre più presente, cognita, disponibile e pronta ad un lavoro sussidiario cosciente e di qualità, per altro riconosciuto e incoraggiato dalla costituzione»

Continua a leggere ►

 

Per una nuova cultura politica del Paesaggio

di Anna Marson

«Dovrebbe essere naturale in un paese come il nostro che dispone tuttora – nonostante gli scempi perpetrati - di un patrimonio di paesaggi unico al mondo, chiedersi ogni qualvolta si prevedono finanziamenti per l'agricoltura, per le infrastrutture, per lo sviluppo economico, quali accorgimenti si possano adottare affinché il paesaggio non solo non venga danneggiato, ma ne esca qualificato»: con questa preoccupazione Anna Marson, già assessore della Toscana, che è riuscita a far approvare per la propria regione il Piano paesaggistico, interviene nel forum promosso da Fai sulla trasformazione del MiBACT.

Continua a leggere ►

 

Dalla teoria alla pratica dei Beni culturali

di Filippo Maria Gambari

Un archeologo, già sovrintendete della Lombardia, mette alla prova dell'esperienza la attuazione concreta delle nuove leggi che regolano conservazione, la tutela e la valorizzazione, del nostro patrimonio culturale. E individua tre criticità.

Continua a leggere ►

 

Il valore culturale

di Daniele Manacorda

Le due riforme dei Beni culturali in atto partono dalla constatazione che non si può continuare a fare quello che si è sempre fatto. La prima ha innovato moltissimo imponendo pari dignità fra tutela e valorizzazione. La seconda, che prevede le Soprintendenze uniche, illumina il contesto territoriale e impone un approccio globale al Patrimonio culturale. Una strada, non senza ostacoli, ancora tutta da percorrere. Ecco come.

Continua a leggere ►

 

Le solite chiacchiere sull'arte

di Massimo Montella
Crespi

Massimo Montella affronta i punti cruciali della polemica sulle leggi promosse dal ministro Dario Franceschini: «Bisogna riconoscere il valore insito nei beni culturali, comunicarlo in modo da tutti comprensibile, cioè sviluppando un buon marketing… Non si può contrabbandare la valorizzazione per mercificazione… Alla tutela passiva va sostituita una funzione di valore pubblico…»

Continua a leggere ►

 

Per la valorizzazione della Tutela

di Roberto Cecchi
Crespi

«Se la “valorizzazione” è il futuro del patrimonio culturale la “tutela” è l'essenza della funzione individuata dalla Costituzione»: Roberto Cecchi, già sottosegretario ai Beni culturali interviene con un profonda analisi sugli effetti della trasformazione in atto guidata dal ministro Dario Franceschini....

Continua a leggere ►

 

Il braccio e la mente

di Sabino Cassese
Crespi

«Il ministero è una scatola vuota»: è rimasta celebre la constatazione non solo tecnica e giuridica, ma anche politica e culturale, con cui Sabino Cassese, massimo specialista di diritto pubblico, bocciò la nascita fra il 1974 e il 1975, del Ministero dei Beni culturali, creato per impulso di Giovanni Spadolini che per primo ne fu il ministro.

Continua a leggere ►

 

Alla ricerca di un nuovo ceto dirigente

di Bruno Zanardi

Crespi

Cosa ne sarà dell'indissolubile insieme di patrimonio artistico e paesaggio, della connessione fra ambiente e cultura che caratterizza l'Italia su tutti gli altri paesi del mondo? Riusciremo a trovare la strada per un radicale ammodernamento culturale delle strutture dell' Amministrazione, con uno Stato troppo presente o troppo assente, quindi insufficiente?

Continua a leggere ►

 

In nome dell'articolo 9

di Giuliano Volpe
Crespi

Dopo anni di scarsa rilevanza, la discussione intorno alla riforma messa in atto da Franceschini già in due fasi e il tema della valorizzazione e della tutela del patrimonio artistico, museale, paesaggistico hanno ritrovato una nuova centralità politica e culturale. ...

Continua a leggere ►

 

Il Futuro del Passato: la Riforma del MiBACT

Crespi

È in atto una profonda revisione, con il suo seguito di opinioni a confronto intorno al processo di riforma messo in atto dal ministro Dario Franceschini. Il Fai apre le pagine del suo sito a una discussione come è nello spirito della sua missione, senza idee preconcette, al di là degli schieramenti culturali, fuori da ogni preclusione ideale.

Continua a leggere ►

 

mercoledì 18 maggio 2016



Inserisci il tuo commento
INVIA
Per inserire un commento devi prima procedere alla LOGIN. Se non hai ancora un account REGISTRATI QUI.
NON CI SONO COMMENTI

I BENI DEL FAI

Castelli, ville, boschi: scopri le
meraviglie del FAI in tutta Italia!

“ROBERT WILSON. TALES”

Emozionati con le opere in mostra
a Villa Panza, Varese.

ISCRIVITI SUBITO AL FAI

Entra con noi nell'Italia che ami.
Dona valore al tuo tempo libero.

1 TESSERA, 1.000 VANTAGGI

Scopri tutti gli sconti riservati
ai nostri iscritti.



Dona valore al tuo tempo libero: iscriviti al FAI!