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Le grandi stazioni deturpate

L'articolo di Ernesto Galli della Loggia su «Il Corriere della Sera»


Visto Dal FAI L'editorialista mette in luce come gli scopi commerciali prevalgano sulla tutela del patrimonio architettonico custodito nei più importanti poli ferroviari italiani. Di seguito Marco Magnifico, Vicepresidente Esecutivo FAI, interviene sulla gestione delle grandi stazioni e sul ruolo delle Soprintendenze.

IL CAOS ASSORDANTE ASPETTANDO IL TRENO
di Ernesto Galli della Loggia («Il Corriere della Sera», 3 maggio 2016)

E' degno di nota l'impegno con cui "Grandi Stazioni" - non so se spinta da una disperato bisogno di risorse per problemi di bilancio, o forse da pura avidità - si dedica da tempo a deturpare il patrimonio architettonico italiano e a contribuire al degrado ambientale del nostro Paese.
"Grandi Stazioni", per chi non lo sapesse, è una società del gruppo Ferrovie dello Stato, la quale gestisce per l`appunto le 14 maggiori stazioni del sistema ferroviario nazionale. O meglio, più che gestirle direi che le munge. Nel senso che da anni il suo unico scopo sembra quello di risistemarne gli interni allo scopo di riempirli all`inverosimile di spazi commerciali da affittare, obbligando poi i viaggiatori a seguire "percorrenze riorganizzate" (così nell'"italiese" del suo sito), al fine di indurli a comprare quante più cose possibili. Anche la scarsità di posti dove sedere e riposarsi obbedisce allo stesso scopo. Non solo. Pur di far soldi, infatti, "Grandi Stazioni" ha piazzato lungo le banchine dei treni anche una miriade di schermi dove si proiettano interrottamente, per il piacere di chi aspetta di partire, video pubblicitari dal sonoro altissimo. Per avere un`idea del risultato di tutto ciò basta avventurarsi alla stazione Termini di Roma. Un vero inferno. L`intero disegno architettonico originario, niente affatto spregevole, è stato completamente stravolto da una miriade disordinata di chioschi e di box commerciali disseminati dappertutto, che obbligano i passeggeri a dei veri e propri slalom in un pigia pigia assordante per giungere ai treni. In pratica ci si muove come su un autobus nell'ora di punta. A tutte le ore, poi, centinaia di viaggiatori di tutte le età, non trovando un posto decente dove stare, giacciono buttati per terra. In compenso i negozi sono pieni, e "Grandi Stazioni" rimpingua i suoi bilanci.


POST SCRIPTUM: DOV'ERANO LE SOPRINTENDENZE?
di Marco Magnifico

La Galleria delle Carrozze della Stazione Centrale di Milano era il maestoso e indispensabile atrio del grandioso monumento che le sta alle spalle; un tempo essa riparava dalle intemperie invernali e dal solleone estivo le carrozze e poi i taxi e le auto dei viaggiatori che partivano e arrivavano offrendo, con regale grandeur, un servizio indispensabile a chi doveva caricare e scaricare bagagli o attendere l'auto che lo avrebbe portato alla destinazione finale. Oggi è un immenso spazio inutile le cui volte maestose servono solo a riparare le modeste cupolette trasparenti di chioschi che vendono mutande o zainetti.
A soli due anni dalla inaugurazione del colosso "assiro-babilonese" di Milano il grande Giovanni Michelucci vinse il concorso per la Stazione di Santa Maria Novella a Firenze che subito diventò - e tutt'ora è - uno dei massimi monumenti dell'architettura razionalista italiana; gli spazi più contenuti rispetto a Milano hanno solo in parte frenato l'assalto commerciale di chioschi e chioscucci agli ambienti, studiati in ogni minimo dettaglio come si confà a un vero monumento, da Michelucci e non hanno impedito lo sfregio perpetrato all'ex ristorante, con le sue meravigliose boiseries, e al bar dove i due grandi capolavori di Ottone Rosai che un tempo dominavano lo spazio aprendolo sulla campagna Toscana, sono oggi ammazzati dal variopinto mondo di ogni tipo di prodotti che affollano le scaffalature da duty-free che hanno invaso i grandi spazi progettati da Michelucci.
Nel secondo dopoguerra anche Roma si dota di una nuova stazione, forse meno monumentale delle altre due ma caratterizzata da un immenso e luminosissimo atrio (il "dinosauro") che si inarca come un'onda o come il ventre di una immensa balena per lasciare spazio - sulla sinistra per chi parte e sulla destra per chi arriva - a una smisurata vetrata contro la quale si schiantano i poderosi resti delle mura serviane; che sappia subito, il viaggiatore che giunge nella Città Eterna, dove egli è giunto! Oggi la vetrata sulla Storia null'altro è se non la parete di fondo di uno dei mille negozietti/chioschi/micromarket che hanno reso il grande atrio il solito, anonimo, insopportabile "non luogo". Chi se ne frega delle mura serviane...ce ne sono talmente tante in giro per Roma; meglio le tutine da jogging!
Una domanda su tutte: ma le Soprintendenze ai Monumenti di Milano, Firenze e Roma dov'erano quando Grandi Stazioni fece (si spera) regolare domanda per questi sfregi alla storia dell'architettura del Paese?

Nella foto Ernesto Galli della Loggia

giovedì 5 maggio 2016



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