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Il valore culturale

Una nuova riflessione per il forum del FAI sulla riforma del MiBACT


Visto Dal FAI Per l'archeologo Manacorda, le due riforme dei Beni culturali in atto partono dalla constatazione che non si può continuare a fare quello che si è sempre fatto. La prima ha innovato moltissimo imponendo pari dignità fra tutela e valorizzazione. La seconda, che prevede le Soprintendenze uniche, illumina il contesto territoriale e impone un approccio globale al Patrimonio culturale. Una strada, non senza ostacoli, ancora tutta da percorrere. Ecco come.

di Daniele Manacorda

Elogio del dinamismo

Credo di non esagerare osservando, che il dibattito in corso da due anni sul patrimonio culturale valga almeno venti degli anni trascorsi, se pensiamo all'apatia che accompagnò, dodici anni fa, la nascita del Codice Urbani a conclusione di un periodo che aveva pur visto, con i decreti Veltroni di fine millennio, qualche barlume di innovazione almeno sul fronte della valorizzazione dei beni culturali.
La temperie attuale è certo merito del dinamismo di un ministro che – a volte senza guardare in faccia a nessuno  - ha mosso le acque dello stagno e merito di una pubblicistica che ha visto impegnati alcuni addetti ai lavori, scatenando reazioni più o meno composte, che ci hanno almeno fatto prendere atto che la stagione del pensiero unico, e del timore manifestato da tanti media nel toccare temi apparentemente di esclusivo dominio di una casta, è finita. Anche se stiamo in mezzo al guado: condizione scomoda, ma vitale e, foss'anche solo per questo, liberatoria.
La riforma dei poli museali e quella che ha  istituito le soprintendenze uniche sono state due spallate, che hanno demolito da un lato d'un colpo – per dirla con Roberto Cecchi -  il moloch che per decenni ha bloccato ogni iniziativa perché si considerava inseparabile il ruolo della tutela dalla fruizione; e dall'altro la falsa coscienza di una tutela contestuale affermata negli intenti e negata nell'organizzazione amministrativa.
Queste due riforme hanno preso le mosse dall'assunto che a un certo punto deve pur arrivare il momento in cui non si può più continuare a fare quello che si  è  sempre fatto. E questo semplicemente perché – per dirla con Massimo Montella  - il patrimonio culturale non  possiede un valore dato a priori: il suo significato è tale finché è percepito come valore culturale.
Non voglio peccare di ottimismo, ma un' aria nuova  dunque circola perché sembrano essersi mossi all'unisono alcuni pezzi delle istituzioni e alcuni settori dell'opinione pubblica, almeno quelli stufi di rimanere schiacciati tra le sciatterie del 'tira a campare' e le nobili nostalgie del Grand Tour. Perplessità, incomprensioni, debolezze di tutti gli attori in campo non mancano e non mancheranno. E occorre saper ascoltare le voci discordi, distinguendo quelle dettate dalla paura del nuovo da quelle desiderose di contribuire comunque ad una innovazione, che non è mai buona in sé, ma la cui qualità si misura sempre con l'esistente.

Le due riforme

Assistiamo spesso a prese di posizioni che allargano il solco piuttosto che ricucirlo. Il che può essere un bene, se impedisce pasticci concettuali e false unanimità, ma paralizzante se si cristallizza in due sfere non comunicanti.
Lasciatemi anche dire che – sarà forse un inguaribile modo di vedere le cose da archeologo – l'approccio alla filiera ricerca/tutela/valorizzazione/gestione del patrimonio culturale passa anche da una presa di coscienza storica, che ci invita a mettere a fuoco i problemi del presente alla luce di quel che è successo nei cento anni che ci separano dalle prime leggi di tutela dello stato unitario; ma sapendo di vivere in un mondo che corre con la velocità di una cometa, nei rapporti di forza internazionali, nell'incontro/scontro fra culture, nel fluttuare delle ricchezze dall'una all'altra parte del globo, nell'impero della comunicazione globale che ci fa vivere la vita degli altri in tempo reale. Sono tutti fenomeni che si riflettono potentemente in quel meccanismo che regola il flusso delle informazioni e anche il turismo di massa globalizzato, da cui ci sentiamo come soffocati e del quale non possiamo e non vogliamo fare a meno, mentre vorremmo ancora provare a godere del nostro incomparabile patrimonio anche semplicemente come cittadini.
La prima riforma Franceschini ha innovato moltissimo, imponendo la pari dignità della valorizzazione, cioè del comma 1 dell'art. 9 della Costituzione che parla di diffusione della cultura, rispetto al comma 2, che parla di tutela, la quale da sola non sta in piedi.
La seconda riforma, con l'istituzione delle Soprintendenze Uniche, ha segnato un passo importante verso una tutela di carattere contestuale, che non separa nell'amministrazione quel che è intimamente legato nel territorio. Per chi lo chiedeva da venti anni  la soddisfazione è grande, perché si creano le condizioni per un approccio globale al patrimonio culturale e per una visione multidisciplinare, che non depotenzia gli specialismi, ma li fa dialogare (da archeologo, penso che ad un problema archeologico non corrisponda mai una soluzione esclusivamente archeologica).
Con Soprintendenze Uniche ben organizzate in sette aree funzionali avremo forse strategie di intervento pubblico più omogenee e coordinate, e i cittadini risposte meno divergenti e in tempi possibilmente meno eterni. Tuttavia le criticità non mancano, poiché questa seconda riforma interviene sul corpo stanco e malato delle nostre Soprintendenze, reso tale da decenni di una dissennata politica verticistica, che ha fatto del Mibact uno dei ministeri più gerarchici e inefficienti.

Una cura culturale ma anche radicale

La  cura, innanzitutto culturale e poi organizzativa, non può che essere radicale, ma temo che rischi di non avere fiato e gambe, se non sarà accompagnata da una maggiore condivisione dei processi decisionali all'interno degli uffici, che valorizzi le competenze e la transdiciplinarità, da una loro autonomia finanziaria e di gestione del personale, da una fisiologica valutazione di comportamenti e risultati, da una democratizzazione delle filiere procedurali che non appanni le assunzioni di responsabilità.
Sul versante politico generale una serie di provvedimenti  hanno suscitato perplessità e allarmismi (norme sul silenzio-assenso, ruolo dei  prefetti nella nuova legge Madia, forme di gestione delle conferenze di servizio). Su questo è bene incalzare ministro e parlamento mettendo la politica di fronte alla sue responsabilità, ma facendosi carico anche del dovere della Pubblica Amministrazione di provare a dare finalmente risposte univoche e rapide agli enti locali, ai cittadini, alle imprese, come sarebbe normale in un moderno Stato  democratico. E questo vale tanto sul piano della tutela quanto su quello della valorizzazione. Sin dal 2005 la Convenzione di Faro del Consiglio d'Europa sul valore dell'eredità culturale per la società, ha innovato profondamente l'approccio al patrimonio traghettandoci dal "diritto del patrimonio culturale" al "diritto al patrimonio culturale" e mettendo le persone al centro del processo. Ci abbiamo messo otto anni per siglarla: è giunta l'ora che l'Italia la ratifichi, senza poi stravolgerla, come certe circolari del Mibact a proposito dell'organizzazione degli scavi archeologici hanno fatto con il dettato della Convenzione della Valletta. E ratificare la Convenzione di Faro metterà il Mibact e la sua guida politica in condizione di rivedere profondamente l'impostazione stessa del Codice Urbani.
Più problematico è lo spezzettamento provinciale delle nuove soprintendenze. Le critiche mettono in evidenza le difficoltà logistiche per la gestione degli inventari e degli archivi, dei depositi e dei laboratori: tutte questioni assai concrete, ma risolvibili con la volontà politica e con l'innovazione tecnologica. La loro risoluzione – che non può essere a costo zero - potrà diventare  il discrimine tra il buon esito della riforma e il suo eventuale fallimento. Personalmente, ritengo che una organizzazione su base regionale sia preferibile perché solo a quella scala sarebbero presenti tutte le competenze disciplinari, che con l'attuale carenza di personale potrebbero mancare a scala provinciale. Per non parlare delle opportunità di scambio umano e professionale allargato e generazionale che verrebbero garantite da una struttura unica, e delle possibili economia di scala. Una organizzazione a livello regionale si concilia meglio con l'esigenza di produrre pareri rapidamente, e si adatta meglio al confronto con le competenze urbanistiche delle Regioni (i Piani Paesaggistici Regionali ne saranno il banco di prova, dove si vedrà quanto la visione della tutela contestuale potrà incidere e fare da guida).

Competenze specialistiche e finalità sociali

Dopo anni di una situazione di cui ci siamo sempre lamentati, idee e progetti nuovi sono  necessari per salvaguardare il meglio della nostra tradizione e garantirle un futuro: per questo occorre mettersi in gioco. Tante cose sono cambiate in questo secolo abbondante, ma non la difficoltà che noi addetti ai lavori, e di conseguenza la politica, ancora proviamo nel misurarci con la finalità sociale delle nostre competenze specialistiche. Evitando le lamentele catastrofistiche e insieme auto assolutorie, dobbiamo imparare a riflettere di più sulle nostre responsabilità di interfacce pensanti tra un patrimonio sconfinato e una platea umana globalizzata, nelle cui mani è il suo destino.
Il nostro sistema di tutela ha funzionato fino a quando il suo orizzonte è rimasto limitato a un numero circoscritto di beni in un'Italia ancora largamente agricola e pastorale e semialfabetizzata, e fino a quando gli utenti del sistema sono stati prevalentemente ristretti ad una fascia sociale che era già educata alla loro comprensione, sì che l'assioma consolatorio  tutela=valorizzazione poteva sembrare difendibile. Con lo sviluppo industriale e la crescita culturale e partecipativa l'amministrazione ha preso a sbandare perché i suoi compiti si sono ampliati senza un parallelo sviluppo della struttura organizzativa. Il sistema non ha seguito l'evolversi della nozione di patrimonio culturale e non è mai stato organizzato per dare centralità alla sua valorizzazione. In poche parole, anche in questo settore decisivo per il nostro Paese abbiamo assistito ad un mancato aggiornamento delle categorie interpretative della realtà di fronte al salto di scala planetario della contemporaneità
Oggi il concetto di patrimonio evoca una dimensione valoriale, che investe qualità che vanno ben al di là della percezione estetica e monumentale di derivazione idealistica. Sì che  mai come nel presente abbiamo la consapevolezza che le politiche pubbliche debbano orientare l'azione di tutela su un patrimonio diffuso  ponendo al centro dell'attenzione la qualità del territorio, ed investendo su  di essa, che si tratti del rapporto pubblico/privato nella progettualità e nella valorizzazione come della messa in campo di progetti di manutenzione preventiva programmata strategici per la salvaguardia del patrimonio e per l'occupazione.
Il rapporto tutela/valorizzazione è uno dei nodi del contendere.  Ricerca, tutela, valorizzazione e gestione appartengono certo alla stessa filiera, sono tra loro intimamente incastrate, ma non sono la stessa cosa. E' questa insulsa storiella che ci ha fatto nascondere la testa nella sabbia, annegati in un pensiero confermativo, che cerca conforto nei mantra invece che nell'etica del fare. Perché la ricerca ci fa capire il senso delle cose; la tutela ci dice come proteggerle; la valorizzazione ci dice come conservarne il senso diffondendone la percezione; la gestione ci dice come continuare a poterlo fare. Quindi ricerca/tutela/valorizzazione e gestione sono quattro cose diverse, che si danno la mano, e il loro concatenamento dovrebbe essere al centro anche della formazione universitaria, come purtroppo non è.
Veramente ha ragione Montella  quando osserva che, per come se ne tratta sui mezzi di informazione, la valorizzazione dei beni culturali sembra consistere in una disputa surreale fra chi vuole e chi rifiuta eventi e spettacoli all'interno di monumenti  e musei. Valorizzare vuol dire promuovere e soddisfare  al meglio la richiesta di usare i luoghi del patrimonio culturale e di comprenderne il valore. Si tratta semplicemente di questo. Che poi tanto semplice non è, perché questo comporta che si sappia comunicare il loro senso storico ed estetico, ragionando su linguaggio e strumenti, e anche, scusate se è poco, che oggetti e  luoghi siano tenuti in buone condizioni. Perché si può certamente passare un'ora in un museo o in un sito a contemplare le opere, fermando il tempo, ma anche mezza giornata in letizia con familiari o amici, e aver voglia di ritornarci, come in tempi non sospetti ci insegnava già  Renato Bazzoni.

L'esperienza del FAI

Ragionare sul senso della valorizzazione significa anche ragionare sui casi positivi che ne documentano la praticabilità e gli effetti: piccoli esempi dal basso o grandi esempi organizzativi, sostenuti da un pensiero forte e limpido. L'esperienza del FAI ci insegna che la gestione diretta dei beni può produrre ricchezza pulita e garantire anche gestioni sostenibili, come dimostra anche l'esperienza degli anni migliori dei Parchi della Val di Cornia in Toscana, che ho conosciuto più da vicino, così come espressa nel loro bilancio sociale. Esistono infatti casi virtuosi, che si manifestano spesso tanto meglio quanto più in autonomia rispetto alla gestione pubblica del patrimonio culturale. Questa non è una constatazione consolante, ma indica che c'è spazio per una innovazione che ci affranchi dalla morsa di una scelta che vorrebbe sottrarre i beni culturali alle leggi dell'economia per sacralizzarsi sull'altare di una cultura esente da commerci, e una pratica dell'amministrazione pubblica di questo patrimonio spesso indolente, gelosa, inefficiente.
In questo senso è evidente il ruolo che potrebbe avere  l'associazionismo culturale, uno degli strumenti più sani di cui l'Italia può dotarsi per alleviare l'affanno dell'intervento pubblico sul patrimonio. Ed è ancor più evidente il ruolo che può avere l'impresa, se la gestione del patrimonio potesse cominciare ad essere affidata – nei mille casi in  cui la mano pubblica non ce la può fare - alle migliori energie imprenditoriali, con e senza fine di lucro, e al volontariato. Ma senza mettere in contrapposizione questa bellissima esperienza civile con i diritti dei giovani, che dopo anni di formazione chiedono di veder riconosciute le proprie competenze in un campo dove di spazio ce ne sarebbe davvero per tutti.
Se non dobbiamo stancarci di chiedere più personale per l'amministrazione, e più personale tecnico (perché non servono uffici abitati solo da qualche funzionario e da uno stuolo di custodi non qualificati), oggi più che mai  tra il posto al ministero e il lavoro sottopagato camuffato da volontariato (che è cosa ben diversa dal volontariato vero, che è invece una benedizione, perché lega i cittadini alle sorti del loro patrimonio), ci sono di mezzo le praterie della libera iniziativa individuale e associativa. E questo – sulla scia della Convenzione di Faro - promuovendo principi per la gestione sostenibile e la manutenzione del patrimonio, come ci insegnava trenta anni fa, inascoltato, Giovanni Urbani, e non – sacralmente – sulla conservazione e il restauro, concetti nobilissimi, certo, ma  che sono risultati spesso alternativi, se non antitetici, ai primi.
Più personale e risorse nell'Amministrazione pubblica, massima apertura al volontariato vero, porte spalancate ad attività di impresa incoraggiate ed assistite non sono in contrasto tra di loro, sono il tridente che potrebbe farci superare le casematte opposte da una concezione feticistica del patrimonio, paurosa del presente e terrorizzata dal futuro, di cui siamo stati a lungo ostaggi  nell'amministrazione, nella politica e anche in molti mezzi di comunicazione di massa.

I tre articoli della Costituzione

Il combinato disposto degli articoli 9, 33 e 118 della Costituzione ci dice che il compito della amministrazione pubblica dovrebbe essere quello di garantire la tutela, favorire la ricerca da parte di tutti e orientare la valorizzazione, dando il buon esempio e dando aria alla creatività degli italiani. Nel MiBACT (e anche nel mondo della ricerca e della formazione universitaria) convivono infatti due anime: una che punta, con qualche strappo, ad una riforma inevitabile e da tempo attesa, l'altra che sembra volerci ricordare quanto sia abissale il distacco di certe stanze dalla realtà del Paese. E' in atto un confronto culturale e politico  che attraversa gli abituali schieramenti. La burocrazia ministeriale e il corpo accademico più chiuso trova negli anatemi di certi maîtres à penser un appoggio insperato. La gran massa degli addetti ai lavori chiede, in modo diverso ma convergente, di essere messa in condizioni di lavorare per il meglio per il bene comune. Sta alla politica consentirgli di farlo. Sol che si abbia il coraggio di dirsi che le politiche per i beni culturali non possono essere politiche settoriali, perché hanno in sé una visione  complessiva che abbraccia la politica economica nel suo insieme, quella ambientale, delle infrastrutture, dei servizi sociali, della formazione.
Non dubito che il ministro Franceschini questa consapevolezza la abbia; così come mi sembra chiaro che il coro delle proteste che ha accompagnato le sue mosse questa consapevolezza spesso non la abbia. E tuttavia, quando le voci allarmate sono dettate da esperienza e spirito di servizio, dobbiamo saperle ascoltare, non per frenare ma per andare avanti, non per guardarsi come rivali dalle due diverse sponde, ma per attraversare il guado in massa, andando anche quel po' controcorrente quanto è necessario per raggiungere la riva.

Daniele Manacorda

*archeologo, professore ordinario presso l'Università degli Studi Roma Tre, insegna Metodologia della ricerca archeologica. Sul tema dei Beni culturali ha pubblicato L'italia agli italiani. Istruzioni e ostruzioni per il patrimonio culturale (Edipuglia, 2014). Con Laterza ha pubblicato Prima lezione di archeologia (2009).

 

Leggi tutti gli interventi

Dialogo sui Beni Culturali

di Andrea Carandini e Dario Franceschini

Il dibattito sulla Riforma del Mibact, iniziato sul sito del FAI nel marzo di quest'anno giunge alla sua battuta conclusiva con un confronto tra il presidente Andrea Carandini e il ministro Dario Franceschini al fine di mettere in evidenza punti di svolta e nodi ancora irrisolti di un tema complesso ma fondamentale per la tutela e valorizzazione dell'immenso patrimonio dei Beni Culturali italiani.

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Trent'anni di un artigiano tra le Soprintendenze

di Marco Magnifico

«I soprintendenti una volta erano Maestri , ancor prima che per me, per il Paese, per i politici, gli amministratori cittadini, per i numerosi funzionari che preparavano al futuro come Socrate  con i suoi alunni, perché sapevano che a loro avrebbero un domani affidato le redini del dorato cocchio dei Beni Culturali italiani. Dove è finito tutto ciò? … Non c'è futuro per una soprintendenza poliziesca e chiusa in se stessa; alla luce della recente, ampia, forse risolutiva, discussa e anche avversata Riforma Franceschini, … il futuro sta solo nel lavoro comune e condiviso con una collettività pubblica e privata sempre più presente, cognita, disponibile e pronta ad un lavoro sussidiario cosciente e di qualità, per altro riconosciuto e incoraggiato dalla costituzione»

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Per una nuova cultura politica del Paesaggio

di Anna Marson

«Dovrebbe essere naturale in un paese come il nostro che dispone tuttora – nonostante gli scempi perpetrati - di un patrimonio di paesaggi unico al mondo, chiedersi ogni qualvolta si prevedono finanziamenti per l'agricoltura, per le infrastrutture, per lo sviluppo economico, quali accorgimenti si possano adottare affinché il paesaggio non solo non venga danneggiato, ma ne esca qualificato»: con questa preoccupazione Anna Marson, già assessore della Toscana, che è riuscita a far approvare per la propria regione il Piano paesaggistico, interviene nel forum promosso da Fai sulla trasformazione del MiBACT.

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Dalla teoria alla pratica dei Beni culturali

di Filippo Maria Gambari

Un archeologo, già sovrintendete della Lombardia, mette alla prova dell'esperienza la attuazione concreta delle nuove leggi che regolano conservazione, la tutela e la valorizzazione, del nostro patrimonio culturale. E individua tre criticità.

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La riforma vista da vicino

di Emanuela Carpani

«Per cominciare, proporrei una moratoria nell'artificiosa contrapposizione tra i sostenitori della tutela e quelli della valorizzazione. Quanti fiumi di inchiostro sono già stati versati? Quante energie critiche disperse?»: ecco l'analisi delle leggi Franceschini, fatta da una soprintendente impegnata sul campo a Venezia e Laguna, focalizzata su quei punti critici in cui i principi sono messi alla prova dei fatti e delle realtà più complesse.

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Le solite chiacchiere sull'arte

di Massimo Montella
Crespi

Massimo Montella affronta i punti cruciali della polemica sulle leggi promosse dal ministro Dario Franceschini: «Bisogna riconoscere il valore insito nei beni culturali, comunicarlo in modo da tutti comprensibile, cioè sviluppando un buon marketing… Non si può contrabbandare la valorizzazione per mercificazione… Alla tutela passiva va sostituita una funzione di valore pubblico…»

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Per la valorizzazione della Tutela

di Roberto Cecchi
Crespi

«Se la “valorizzazione” è il futuro del patrimonio culturale la “tutela” è l'essenza della funzione individuata dalla Costituzione»: Roberto Cecchi, già sottosegretario ai Beni culturali interviene con un profonda analisi sugli effetti della trasformazione in atto guidata dal ministro Dario Franceschini....

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Il braccio e la mente

di Sabino Cassese
Crespi

«Il ministero è una scatola vuota»: è rimasta celebre la constatazione non solo tecnica e giuridica, ma anche politica e culturale, con cui Sabino Cassese, massimo specialista di diritto pubblico, bocciò la nascita fra il 1974 e il 1975, del Ministero dei Beni culturali, creato per impulso di Giovanni Spadolini che per primo ne fu il ministro.

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Alla ricerca di un nuovo ceto dirigente

di Bruno Zanardi

Crespi

Cosa ne sarà dell'indissolubile insieme di patrimonio artistico e paesaggio, della connessione fra ambiente e cultura che caratterizza l'Italia su tutti gli altri paesi del mondo? Riusciremo a trovare la strada per un radicale ammodernamento culturale delle strutture dell' Amministrazione, con uno Stato troppo presente o troppo assente, quindi insufficiente?

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In nome dell'articolo 9

di Giuliano Volpe
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Dopo anni di scarsa rilevanza, la discussione intorno alla riforma messa in atto da Franceschini già in due fasi e il tema della valorizzazione e della tutela del patrimonio artistico, museale, paesaggistico hanno ritrovato una nuova centralità politica e culturale. ...

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Il Futuro del Passato: la Riforma del MiBACT

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È in atto una profonda revisione, con il suo seguito di opinioni a confronto intorno al processo di riforma messo in atto dal ministro Dario Franceschini. Il Fai apre le pagine del suo sito a una discussione come è nello spirito della sua missione, senza idee preconcette, al di là degli schieramenti culturali, fuori da ogni preclusione ideale.

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mercoledì 8 giugno 2016



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