Abbazia di Santa Maria di Cerrate

Il Salento ha un cuore millenario

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Abbazia di Santa Maria di Cerrate

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Bene aperto al pubblico

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Un tempo monastero di rito greco ortodosso, poi centro di produzione agricola: una testimonianza notevole del romanico pugliese che restituisce ora l’affascinante racconto della sua doppia anima di luogo di culto e masseria storica.

Affidata in concessione al FAI dalla Provincia di Lecce, nel 2012

Ammantato dalla leggenda e immerso tra gli ulivi che popolano il territorio alle porte di Lecce, il complesso abbaziale fa risalire le proprie origini al re Tancredi d’Altavilla che, leggenda vuole, qui ricevette l’apparizione della Vergine. Più verosimilmente, la vicenda di Cerrate cominciò sotto il normanno Boemondo d’Altavilla che, tra l’XI e il XII secolo, vi insediò un cenobio di monaci basiliani di rito greco che lo rese uno dei più importanti centri di propagazione della cultura dell’Italia Meridionale, grazie alla sua biblioteca e al fiorente scriptorium, dove i monaci trascrivevano i testi antichi. Nei secoli successivi l’Abbazia accrebbe in dimensioni e prestigio aggiungendo alla vocazione religiosa quella agricola, ma nel 1711 un attacco di pirati turchi fece precipitare il complesso nel più completo abbandono, interrotto nel 1965 da un primo restauro voluto dalla Provincia di Lecce, che nel 2012 ha affidato al FAI un nuovo intervento di recupero e l’apertura del monumento al pubblico. Oggi il cantiere in corso non impedisce la visita a questo pregevole esempio di romanico pugliese, impreziosito da affreschi duecenteschi di ambito bizantino e affiancato da un elegante pozzo del XVI secolo e da una loggia del ‘200 con bei capitelli scolpiti nella bianca pietra leccese, vero capolavoro della scultura romanica.  La vocazione agricola del luogo, dedicata alla lavorazione delle olive, del grano e del tabacco, emerge dai luoghi di lavoro come la casa del massaro, le stalle e i frantoi ipogei con macine, torchi e cisterne: tasselli di un mosaico complesso da restaurare e ricostruire, ma già capace di raccontare un capitolo della storia del Salento.

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Questo luogo è uno dei Beni che il FAI ha restaurato con cura e aperto al pubblico, perché tutti possano scoprirlo e amarlo.

Per mantenerlo intatto e curarlo in modo adeguato, questo luogo - come tutti gli altri salvati dal FAI - necessita di un’attenta manutenzione sia ordinaria sia straordinaria e periodici interventi di restauro. Inoltre, i costi di gestione che permettono l’apertura al pubblico sono significativi. Per questo abbiamo bisogno di un aiuto concreto da parte di chi come noi vuole mantenere vivi per sempre luoghi unici e speciali.

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