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CRIPTA DI SANT'EUSEBIO

CRIPTA DI SANT'EUSEBIO

PAVIA

239°

POSTO

358

VOTI 2020
CRIPTA DI SANT'EUSEBIO
La cripta di Sant’Eusebio, oggi isolata in piazza Leonardo da Vinci, è ciò che rimane di una chiesa di probabile fondazione longobarda. È, infatti, riconosciuta come la cattedrale ariana della città, ricordata da Paolo Diacono negli anni del re Rotari (636-652) e ridedicata a sant’Eusebio, fiero nemico dell’eresia ariana, dopo la conversione della popolazione longobarda all’ortodossia cattolica, nella seconda metà del VII secolo. L’edificio di culto, ricostruito in forme proto romaniche nell’XI secolo, variamente rimaneggiato tra Cinque e Seicento, poi ricostruito nel Settecento, fu raso al suolo nel 1923 per fare spazio al Palazzo della Posta. La cripta ha impianto a semicerchio, leggermente oltrepassato. Risalirebbero all’epoca longobarda la muratura esterna, realizzata in sesquipedales, cioè mattoni manubriati romani di reimpiego, e le tombe alla cappuccina, disposte radialmente attorno al circuito absidale. L’interno a oratorio – scompartito in cinque navate da quattro file di colonnine, su cui poggiano volte a crociera tra sottarchi – documenta, invece, la ricostruzione dell’undecimo secolo, nuovamente avvenuta con ampio uso di elementi di spoglio da edifici antichi, come denunciano esplicitamente alcuni sostegni lapidei interni. Risulta problematica la datazione dei capitelli delle colonnine. Alcuni presentano, infatti, una struttura ad alveoli triangolari; si è pensato che essi fossero originariamente destinati a ricevere riempimenti colorati in mastice o stucco, così da imitare la produzione orafa cloisonnée – cioè con campiture di smalti tra linee metalliche in oro, argento o rame – di chiara matrice barbarica. Si è perciò pensato a una datazione all’età longobarda, ipotizzando un possibile reimpiego dall’edificio più antico. Tuttavia, in anni più recenti, è stata sostenuta l’ipotesi che possano risalire alla ricostruzione dell’undicesimo secolo. Si conservano ampie tracce di una decorazione affrescata, probabilmente databile alla seconda metà del XII secolo, che doveva interessare l’intero invaso interno. Si trovano, infatti, resti di specchiature marmoree nella zoccolatura della parete e lungo le semicolonne della muratura d’ambito, nei cui capitelli è finta la presenza di foglie d’acanto, tracciate su un fondo monocromo bianco. Nei sottarchi rimangono leggibili decorazioni a girali, ovoli, triangoli contrapposti e crocette, mentre gli spigoli delle volte sono sottolineati da fasce di colori contrastanti, che incorniciano busti di santi. Nella parete di fondo della campata centrale rimangono le tracce di una Madonna col Bambino, mentre nelle campiture attigue dovevano trovare posto i simboli dei quattro evangelisti. La cripta di Sant’Eusebio è stata utilizzata, nel 2018, come set del film “Aquile randagie” del regista Gianni Aureli

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La cripta di Sant’Eusebio, oggi isolata in piazza Leonardo da Vinci, è ciò che rimane di una chiesa di probabile fondazione longobarda. È, infatti, riconosciuta come la cattedrale ariana della città, ricordata da Paolo Diacono negli anni del re Rotari (636-652) e ridedicata a sant’Eusebio, fiero nemico dell’eresia ariana, dopo la conversione della popolazione longobarda all’ortodossia cattolica, nella seconda metà del VII secolo. L’edificio di culto, ricostruito in forme proto romaniche nell’XI secolo, variamente rimaneggiato tra Cinque e Seicento, poi ricostruito nel Settecento, fu raso al suolo nel 1923 per fare spazio al Palazzo della Posta. La cripta ha impianto a semicerchio, leggermente oltrepassato. Risalirebbero all’epoca longobarda la muratura esterna, realizzata in sesquipedales, cioè mattoni manubriati romani di reimpiego, e le tombe alla cappuccina, disposte radialmente attorno al circuito absidale. L’interno a oratorio – scompartito in cinque navate da quattro file di colonnine, su cui poggiano volte a crociera tra sottarchi – documenta, invece, la ricostruzione dell’undecimo secolo, nuovamente avvenuta con ampio uso di elementi di spoglio da edifici antichi, come denunciano esplicitamente alcuni sostegni lapidei interni. Risulta problematica la datazione dei capitelli delle colonnine. Alcuni presentano, infatti, una struttura ad alveoli triangolari; si è pensato che essi fossero originariamente destinati a ricevere riempimenti colorati in mastice o stucco, così da imitare la produzione orafa cloisonnée – cioè con campiture di smalti tra linee metalliche in oro, argento o rame – di chiara matrice barbarica. Si è perciò pensato a una datazione all’età longobarda, ipotizzando un possibile reimpiego dall’edificio più antico. Tuttavia, in anni più recenti, è stata sostenuta l’ipotesi che possano risalire alla ricostruzione dell’undicesimo secolo. Si conservano ampie tracce di una decorazione affrescata, probabilmente databile alla seconda metà del XII secolo, che doveva interessare l’intero invaso interno. Si trovano, infatti, resti di specchiature marmoree nella zoccolatura della parete e lungo le semicolonne della muratura d’ambito, nei cui capitelli è finta la presenza di foglie d’acanto, tracciate su un fondo monocromo bianco. Nei sottarchi rimangono leggibili decorazioni a girali, ovoli, triangoli contrapposti e crocette, mentre gli spigoli delle volte sono sottolineati da fasce di colori contrastanti, che incorniciano busti di santi. Nella parete di fondo della campata centrale rimangono le tracce di una Madonna col Bambino, mentre nelle campiture attigue dovevano trovare posto i simboli dei quattro evangelisti. La cripta di Sant’Eusebio è stata utilizzata, nel 2018, come set del film “Aquile randagie” del regista Gianni Aureli
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