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OSPEDALE DEI PARISETTI SANTA MARIA DELLA CARITA'

REGGIO EMILIA

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POSTO

133

VOTI 2020
OSPEDALE DEI PARISETTI SANTA MARIA DELLA CARITA'
L' Ospedale dei PARISETTI : una bellissima storia reggiana di cultura , accoglienza e solidarieta' che dura da 610 anni ! Il conte Paolo degli Omozzoli Parisetti edifica a proprie spese l’oratorio dei Santi Pellegrino e Rocco nel 1699, vent’anni dopo che la famiglia si era vista riconoscere, per denaro e per meriti, quelle patenti di nobiltà che ratificassero la sua appartenenza secolare alla classe dirigente cittadina. Da quando infatti Matteo degli Omozzoli – discendente da una stirpe di mercanti - sul principio del XV secolo aveva avuto accesso al notariato e alle cariche pubbliche di maggior prestigio, il suo consorzio familiare sarà uno dei più doviziosi e tenacemente presenti nei ranghi di governo della città di Reggio Emilia per i quattro secoli a venire. Colti, munifici e devoti, gli Omozzoli Parisetti mantenevano dal dicembre 1410 nei locali contigui al proprio palazzo di vicinia San Raffaele l’ Ospitale laico intitolato a Santa Maria della Carità. Fondato dal notaio Matteo – in debito di un pellegrinaggio a sant’Antonio di Vienne – nel difficile passaggio fra XIV e XV secolo, in ritardo quindi sulla stagione medioevale degli ospedali per pellegrini, il S. Maria della Carità perpetuerà l’incombenza di accogliere pauperes viatores, peregrini et infirmi, ma anche di erogare elemosine, cibo e abiti a chiunque ne avesse bisogno, fino al 1767, all’epoca dell’illuminismo riformatore e tardivo di casa d’Este. Ma neppure la soppressione decretata da Francesco III, che ne converte le rendite a beneficio dei poveri reggiani, interromperà una vicenda lunga 610 anni di umanità. Sopravvissuto alle vicissitudini cittadine e al trasformarsi progressivo delle concezioni e delle pratiche dell’assistenza, quello dei Parisetti, oggi residenza protetta per anziani, rimane l’unico, venerando ospitale cittadino – e uno dei pochi in Italia – ancora vivo e attivo nella propria antica sede. L’oratorio che il conte Paolo intitola ai due santi protettori dei pellegrini e dei malati di peste – in città era ancora vivo il ricordo dell’epidemia del 1630 -, occupa lo spazio che in origine costituiva l’ingresso dell’ospitale, con una scelta simbolica che ancor oggi ne fa il cuore antico della struttura. Pressoché intatto nella sua veste settecentesca, il recente restauro ha permesso di riportare alla luce il colore delicato delle pareti, il bianco e l’oro degli stucchi, e soprattutto di riscoprire la congruità del ciclo decorativo – tutte le tele raffigurano infatti episodi di storia sacra riconducibili al tema del pellegrinaggio – e la conferma dello stretto legame viario e spirituale con il più antico e importante ospitale di valico dell’Appennino, quello di San Pellegrino in Alpe, al passo delle Radici. Nel piccolo ovale ritrovato e ricollocato come in origine sopra la pala d’altare, infatti, San Giorgio tiene in mano – in una inedita raffigurazione - il modellino della chiesa di lassù come doveva apparire fra XVII e XVIII secolo.

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