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Daniela Bruno: le Terre di nessuno sono un capitale per il futuro

Daniela Bruno: le Terre di nessuno sono un capitale per il futuro

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Daniela Bruno: le Terre di nessuno sono un capitale per il futuro
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21 febbraio 2020

Pubblichiamo il discorso di Daniela Bruno, responsabile Ufficio Affari Culturali, tenuto a Parma il 15 febbraio, in occasione del XXIV Convegno Nazionale dei Delegati e Volontari FAI "Terre di nessuno o della sovranità negata".

Il titolo del XXIV Convegno Nazionale del FAI è forte e provocatorio, Terre di nessuno, e l’immagine lo è altrettanto.

Si riconosce la forma dell’Italia, ma non è l’Italia. È quel che rimane dell’Italia, se ad essa sottraiamo le “terre di nessuno”. In questo simbolico, provocatorio vuoto è inghiottito il 60% della superficie nazionale, 4261 comuni, il 52% del totale, 13,54 milioni di abitanti (più dell’intera Svezia o dell’Ungheria), il 23% della popolazione italiana.

Sono le cosiddette “aree interne”, al 70% montane: è questa l’Alpe che dà il nome al Progetto Alpe del FAI. Le aree interne montane coronano e attraversano l’Italia, tutte le regioni, isole comprese. “Interne” non tanto in senso geografico, ma in base alla distanza dai centri che offrono ai cittadini servizi fondamentali - sanità, istruzione e mobilità – che sono in pianura e in città.

Quasi 9 milioni di cittadini residenti nelle aree interne distano 40 minuti da un ospedale, 3,8 milioni di italiani impiegano oltre un’ora per raggiungere la stazione ferroviaria più vicina, e 680 mila persone vivono in comuni ultra-periferici, distanti almeno 75 minuti dal centro più vicino.

Per fare un esempio, S. Stefano d’Aveto (provincia di Genova) dista 1 ora e 54 minuti di autobus da Chiavari. Questo significa che un ragazzo deve svegliarsi alle 4.30 per arrivare al liceo al suono della campanella. Ma anche un cinema, dista 40 km da Ulassai, come ci ha raccontato il Sindaco Gianluigi Serra.

Un indubbio svantaggio. Perché?
La “colpa” di questi italiani è abitare una parte dell’Italia che nell’ultimo secolo, come in quest’immagine, è sostanzialmente sparita dall’attualità, dalla politica e dall’economia, e soprattutto dalla nostra attenzione, dalla coscienza del Paese. Nella percezione diffusa le Alpi sono un luogo di vacanza, e “Appennino” è una parola desueta, che evoca la scuola elementare, e ricompare, purtroppo, in occasione dei terremoti.

La “colpa” di questi territori è congenita, geo-fisica, perché l’Italia interna è prevalentemente montana: i comuni delle aree interne si situano in media a 491 m slm e la montagna, in Italia, comincia a 600 m. In montagna, si sa, la vita è più difficile, più scomoda, è “tutto in salita”. Eppure la “colpa” di questi territori non è un “peccato originale” perché lo svantaggio delle aree interne montane è la conseguenza di un fenomeno storico recente.

Già dalla fine dell’Ottocento si afferma una lettura delle aree interne come marginali, arretrate, contraltare della modernità che scoppia alla metà del Novecento nelle città e nelle pianure, dove lo Stato investe sul progresso economico e sul benessere sociale. Il modello di sviluppo scelto allora dall’Italia non aggancia le aree interne, che guadagnano un ruolo solo come bacino di risorse naturali, da sfruttare intensivamente: acqua per l’energia idroelettrica, coltivazioni minerarie, taglio massivo di boschi: dal 1870 al 1912 il patrimonio boschivo cala in superficie del 30%; gli alberi secolari della Sardegna sono nelle traversine delle ferrovie di tutta Italia.

Le aree interne restano congelate in una dimensione inattuale. Negli anni Cinquanta si vive in montagna come nell’Ottocento: l’economia di sussistenza diventa povertà; senza acqua potabile nelle case, c’è ancora il tifo; l’assistenza sanitaria è sporadica; la carne si mangia solo durante le feste; non arrivano la moda, il cinema, la televisione. Chi si sarebbe accontentato di un’esistenza così grama negli anni d’oro dell’Italia? La modernità entra solo per far nascere desideri e aspirazioni irraggiungibili. La civiltà montanara si sgretola, si impoverisce e si deprime. Chi può fugge in città, chi resta invecchia e muore. Dallo squilibrio di condizioni tra montagna e città origina lo spopolamento: un’emorragia demografica che ancora non si arresta.

Dal 1950 al 2020 la popolazione italiana è cresciuta da 47 a 60 milioni di abitanti, ma l’incremento di 13 milioni si è concentrato in una parte ristretta del Paese: questa Italia in bianco e nero simbolicamente affollata. La metà dei Comuni italiani, infatti, registra nello stesso periodo un decremento demografico, che in 2400 comuni, la zona rossa in questa mappa, è tuttora in persistente declino. Oggi il 70% dei comuni ha meno di 5 mila abitanti, e di questi “piccoli comuni”, il 64% ha meno di 500 abitanti. E ne avrà sempre meno.

Le previsioni al 2065 mostrano un saldo negativo in tutte le regioni - minimamente intaccato dall’immigrazione straniera, unico benedetto contraltare -, con punte drammatiche: meno 5 milioni di abitanti al Sud, di cui 500 mila solo in Sardegna, su 1 milione e 600 mila oggi, un terzo di meno.

La Sardegna fa notizia anche per un tasso di mortalità quasi doppio rispetto a quello di natalità, e per 31 comuni dell’interno “a tempo determinato”, che saranno disabitati nei prossimi quarant’anni.

A Bànari in provincia di Sassari i 575 abitanti rimasti hanno realizzato uno scatto da record – foto di gruppo di paese - per mandare un messaggio a tutto il mondo: siamo pochi, ma ci siamo, e (ci) contiamo.

Lo spopolamento è “il problema” delle aree interne, perché trascina con sé l’abbandono del territorio. Si disperde capitale umano, calano gli abitanti e soprattutto i giovani, che soli potrebbero invertire questo declino: tra 1970 e 2011 la percentuale di popolazione sopra i 65 anni è raddoppiata. I paesi perdono cittadini attivi e formati, più idonei alla salvaguardia del territorio, ovvero ad intraprendere quelle attività produttive che in montagna, da sempre, manutengono il territorio. Gli abitanti delle aree interne sono da sempre “sapienti e operosi fittavoli del Creato”, come recita la regola di San Benedetto da Norcia, cittadino delle aree interne.

L’abbandono si traduce in perdita di suolo agricolo utilizzato: tra 1960 e 1990, nell’Appennino, i seminativi sono calati del 43%, l’incolto è aumentato del 136%, e tutta l’Alpe si è inselvatichita: il bosco è aumentato del 40% e la produzione di legname è calata di cinque volte. Si abbandonano i campi, il taglio dei boschi, i percorsi della transumanza, e si perdono occupazione, mestieri e saperi nei settori tipici e tradizionali della montagna, che garantivano scambi e contatti costanti e fruttuosi tra montagna e pianura o città, e che oggi occuperebbero nuovi mercati assai profittevoli vocati al “bio” e ai marchi di qualità: agricoltura, silvicoltura, allevamento, agroalimentare e manifatturiero.

Si abbandonano le case. Tante: un patrimonio edilizio storico inutilizzato, che si degrada e perde valore immobiliare; si vedano gli incentivi disperati di alcuni comuni: case in vendita a 1 euro!

Senza cura e gestione adeguate il territorio si scopre sempre più fragile di fronte all’aggressione di fenomeni climatici sempre più violenti, come alluvioni, frane, tempeste di vento e valanghe. Peraltro, il territorio a monte cede, e si rovescia a valle, per cui l’abbandono delle montagne diventa un serio problema anche per le città: si vedano le alluvioni di Genova. Un territorio fragile soffre ancor peggio i terremoti, drammaticamente più incidenti in queste zone: l’83% dei Comuni appenninici ricade nelle due zone a più alta pericolosità sismica del Paese. Un altro svantaggio per questi cittadini.

Nei territori abbandonati, infine, si insinua più facilmente la criminalità, al Nord come al Sud; in assenza di presidi solidi e costanti l’interesse dei singoli prevarica il bene collettivo, e talvolta anche la legalità, come ci ha raccontato il Sindaco di Troina Fabio Sebastiano Venezia.

Le aree interne, poi, così indebolite, sono state sfiancate da politiche “cieche ai luoghi”, riforme concepite in città e per le città, che hanno riservato ai territori in difficoltà solo sussidi a pioggia, assistenzialismo che non crea sviluppo e lascia i cittadini comunque impoveriti nelle tasche – negli Appennini il reddito medio è 15 mila euro l’anno, contro 18 mila della media nazionale – e soprattutto impoveriti nello spirito.

Più grave dell’abbandono, infatti, è “il senso di abbandono” che in questi territori rischia di diventare rassegnazione, frustrazione e rabbia, sfiducia nei concittadini, nelle istituzioni e nelle competenze, diffidenza e intolleranza per la diversità, domanda di comunità ancor più chiuse, e di poteri forti, come emerge dalle urne. La solitudine genera solitudine, si perde il senso di comunità. E invece, scrive Cesare Pavese: “Un paese ci vuole perché vuol dire non essere soli…”.

Un paese lo fanno le persone, ma anche le case, la chiesa, l’emporio o il caffè, la banca, la posta. Dove morde lo spopolamento il negozio è un ancoraggio della comunità, luogo di aggregazione prima ancora che di acquisto: 90 sono i Comuni in Piemonte rimasti senza un negozio e altri 300 combattono per non abbassare l’unica saracinesca, senza alcuna agevolazione fiscale o burocratica.

Si chiama “desertificazione commerciale”, e nelle aree interne è salita del 30% negli ultimi quattro anni; così come non si arresta la smobilitazione delle aziende da questi territori definiti “a fallimento di mercato”: non investono gli operatori delle telecomunicazioni, chiudono gli sportelli bancari. Vuol dire che internet è lento, che devi fare 15 km di curve in macchina per comprare il pane, per un bancomat, per pagare una bolletta, ma significa soprattutto che il paese è buio, è muto, è tutto spento perché è tutto chiuso, e in giro non c’è nessuno.

Ecco che sarà più chiaro, a questo punto, il titolo di questo convegno: “terre di nessuno” perché effettivamente ci sono rimasti in pochi, e perché in pochi, finora, se ne sono curati.

Finora. Perché negli ultimi anni, invece, sono tante le iniziative che ogni giorno sbocciano, a partire da quelle istituzionali.

Prima tra tutte la Strategia Nazionale per le Aree interne, lanciata dall’ex-ministro Fabrizio Barca nel 2012-2014, rifinanziata nella Legge di Bilancio 2020 dal Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, Giuseppe Provenzano. La Strategia è un esperimento innovativo di politica territoriale, primo e unico in Europa (solo del 2019 è l’analogo francese, l’Agenda Rurale). Vede protagonisti 1077 sindaci di comuni “interni”, che per la prima volta si sono conosciuti e confrontati sul futuro di un intero territorio, aldilà del proprio campanile, e si sono auto-organizzati in 72 aree, ciascuna delle quali ha elaborato un progetto, con il supporto di un comitato tecnico centrale: concrete azioni per adeguare i servizi essenziali e per lo sviluppo locale.

Lo Stato ha varato nel 2017, inoltre, una legge fondamentale, di cui ancora si attendono i decreti attuativi, dedicata ai “piccoli comuni”, quelli sotto i 5000 abitanti, il 70% del totale, che avranno benefici per riqualificare i centri storici, creare nuove filiere produttive e attività turistiche, istituire centri multifunzionali di servizi (riusando, ad esempio, gli sportelli postali), diffondere la banda larga.

Ma accanto alle strategie nazionali, sbocciano tante iniziative locali, semplici, ispirate da buon senso e solidarietà, talvolta eroiche, talvolta pionieristiche, competenti e creative, smart e resilienti, che rileggono gli antichi valori della montagna con il linguaggio della contemporaneità, e che scelgono e promuovono le aree interne di montagna come luogo da abitare e riabitare secondo “un nuovo modello di vita antico”.

Del resto, dopo tutti questi svantaggi, ecco alcuni vantaggi delle “terre di nessuno”: la qualità della vita, tipica del lifestyle italiano famoso nel mondo, il contatto salutare con la natura, il consumo di prodotti genuini, l’aria pulita, il silenzio, il ritmo più lento, una vita a misura d’uomo; e poi la relazione con la comunità, la riscoperta del valore del mutuo scambio e del mutuo soccorso, un welfare all’antica; e ancora, la cultura della cooperazione per il bene comune, il radicamento alla propria terra, l’attaccamento alla propria storia, non nostalgici, ma vivi e fattivi. Sono tratti distintivi delle aree interne montane, che le rendono più resistenti alla mortificazione dei tempi recenti. Insomma, c’è tanto da imparare.

Se l’Italia guarda con più attenzione al suo stesso cuore, se “si guarda dentro”, quel vuoto dell’immagine si scopre un pieno: le “terre di nessuno” sono un capitale per il futuro di tutti. Ed ecco che l’Italia si ricompone. Questa è l’Italia.

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