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Marco Magnifico: Il Progetto Alpe è una sfida che diventa realtà

Marco Magnifico: Il Progetto Alpe è una sfida che diventa realtà

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Marco Magnifico: Il Progetto Alpe è una sfida che diventa realtà
Focus

17 febbraio 2020

Pubblichiamo il discorso del Vicepresidente Esecutivo FAI Marco Magnifico tenuto a Parma il 15 febbraio, in occasione del XXIV Convegno Nazionale dei Delegati e Volontari FAI "Terre di nessuno o della sovranità negata".

C’era una volta,17 anni fa… era il 2003; avevo 48 anni, i miei figli erano ancora bambini e il FAI si scuoteva di dosso le ultime piume da pulcino che ancora resistevano in un’adolescenza ormai matura e prossima all’età adulta.In quell’anno ci eravamo inventati uno dei progetti più partecipati e di successo del FAI… I Luoghi del Cuore. Ma senza che noi lo sapessimo, assieme ai Luoghi del Cuore iniziava anche a mettere le prime radicine, in silenzio e nel buio della terra, il seme di un altro grande Progetto Nazionale che oggi – dopo 17 anni di incubazione e il disegno che ne facemmo l’anno scorso a Brescia – sbuca ora come un’erba vigorosa e profumata, non poco sorprendendoci!, in più parti del territorio nazionale e che abbiamo chiamato, come sapete: “Progetto Alpe”.

Sospinte a valle dal concerto festoso delle loro campane – i campanari della Val Brembana sono da secoli grandi maestri in quest’arte musicale così insolita (grazie a Luca Fiocchi e ai ragazzi della Scuola Campanaria di Roncobello per la disponibilità sempre offerta al FAI) – arrivarono a noi, in quel 2003, 1.299 segnalazioni (su 24.000 voti complessivi della prima edizione, a fronte dei due milioni e duecentomila del 2018!) che ponevano sul nostro cuore ma anche sulle nostre coscienze ancora incoscienti l’antico mulino di Baresi a Roncobello in Alta Val Brembana che, datato 1672, rischiava di collassare seppellendo sotto alle sue macerie non soltanto un pezzo tanto sentito dell’identità collettiva di quel piccolo villaggio montano ma anche quel seme che sarebbe divenuto a tutti noi evidente solo dopo 17 anni, proprio qui oggi al Teatro Regio di Parma!

Quelle 1.299 voci – quel coro! – condotte con determinazione da Giovanna Gervasoni (vedova di Maurizio al quale il mulino fu poi intitolato e oggi qui con i figli Mattia e Francesca e con i 4 nipoti: Loris, Nicolò, Leonardo e Lucrezia), portarono il FAI a comperare e restaurare (grazie a Intesa Sanpaolo) l’antico mulino posto al centro di quella amena valletta in mezzo al bosco e ad affidarlo – ecco il seme che lavorava a nostra insaputa! – alla locale neonata Associazione Maurizio Gervasoni perché lo mantenesse e, soprattutto, lo aprisse al pubblico.

Da lì, posso dire quasi fino ad oggi, del Mulino Gervasoni (da allora gestito con cura e amore dai volontari dell’Associazione) ci siamo colpevolmente dimenticati; ma il seme, sottoterra, lavorava…lavorava…lavorava…

Come già vi raccontai lo scorso anno a Brescia, dalle terre alte d’Italia, tutte indistintamente in grave sofferenza (“il nuovo Mezzogiorno” le ha definite poco fa il Presidente Carandini) ci giunsero negli anni molti e molti altri segnali; richieste di aiuto e collaborazione che ci hanno appassionato e che ci hanno recentemente portato addirittura la felice nascita di Giuliamaria e Renato che, assieme alle loro mamme rigorosamente Brune Alpine Original Brown, brucheranno la prossima estate le erbe dei nostri pascoli nelle Orobie Valtellinesi, tra le malghe che abbiamo appena restaurato.

E così, mentre proseguono i restauri anche all’Alpe Fontana Secca (di fronte al Monte Grappa), dove il tricolore ha ripreso a sventolare la scorsa estate a ricordo di chi con la propria vita fece l’Italia e dove prima della neve abbiamo terminato il rifacimento della carrozzabile che ci consentirà i lavori di restauro; e mentre ancora ad Alagna Valsesia, sul palco dell’incantevole Teatro dell’Unione Alagnese, abbiamo firmato col Sindaco e con la Presidente dell’Unione Anna Gualdi il patto che ci lega e che ci porterà al restauro e alla gestione delle seicentesche baite walser di Otro… quel seme cresceva, proprio come il giovane Gesù, in statura e sapienza e la semplice idea si faceva presenza, rivelando a noi, avidi di stimoli ma impauriti di fronte a questa nuova sfida nazionale, così ampia, così lunga (dal Veneto alla Sardegna fanno 2750 km di Alpe!), così problematica, così multiforme, così multiculturale, così multietnica, così più grande di noi (sennò che sfida sarebbe?) rivelandoci, dicevo, i primi paletti dai quali partire, sui quali iniziare a costruire questo benedetto Progetto Alpe che da semplice intuizione doveva incarnarsi da qualche parte per poter diventare concreto, per poter essere visto, toccato, ascoltato, “smandrugiato” direbbero i toscanacci e quindi conosciuto e poi forgiato per diventare uno strumento reale, utile e concreto da poter proporre a quelle terre e a quelle genti impavide, coraggiose ma decimate che ancora nascono, vivono, operano e muoiono là, sopra i 600 metri, mentre noi, nelle nostre grandi città di pianura, ci dimentichiamo delle loro vite, dei loro paesi, dei loro paesaggi, dei loro problemi.

E poi un giorno di pochi mesi fa dopo tanti anni, giù dalla Val Brembana, un vento favorevole ci portò di nuovo le note di quelle campane di Baresi in concerto che avevamo un po’ dimenticato e con esse non solo il ricordo di quel caro mulino ma anche, appunto! i primi suggerimenti che il seme stava intanto producendo per noi; “ma scusate”, qualcuno disse mentre eravamo in una di quelle tante riunioni di brainstorming sul progetto “ma quello che nel 2003 ci inventammo a Baresi non è, in fondo, perlomeno in parte, quello a cui stiamo pensando oggi?”

Gli ingredienti erano quelli… un piccolo paese sopra i 600 metri, una comunità in sofferenza per via dello spopolamento progressivo, un turismo in calo perché la mezza montagna non è più di moda, i capi di bestiame in continua drammatica diminuzione, i negozi che chiudono, l’unico bar ancora aperto che chissà se ce la farà, il parroco condiviso con altri paesi e così pure le scuole (dal 2021 chiuderanno le elementari a Roncobello mentre la materna ha già chiuso 4 anni fa!) e poi il sempre tremendo dolore dei genitori che restano per i figli che partono sapendo che, molto difficilmente, torneranno se non ogni tanto… Insomma quella sensazione di emorragia lenta e continua che giorno dopo giorno ruba il colorito alle guance nei paesi del mondo dell’alpe italiana; ma a Baresi però in più rispetto al resto dei paesi dell’Alpe vive e vegeta un piccolo monumento acquisito e restaurato dal FAI e affidato in gestione ad una volenterosa Associazione locale nota nata proprio per tenerla in vita nel quale è stata riposta, come in uno scrigno caro a tutti gli abitanti, la memoria di un tempo felice quando le famiglie erano numerose, le stalle piene di vacche che davano un sacco di latte ma anche calore in inverno, gli alpeggi curati come prati all’inglese, i boschi mantenuti con cura perché la legna non mancasse, le mani che la sera intrecciavano le gerle per portare a valle il fieno o che ricamavano corredi per i tanti matrimoni che ancora si celebravano nella bella chiesa del paese, piena di chierichetti e di popolo di Dio, che partecipava poi compatto alle processioni dove tutto il paese si metteva in fila dietro alla Vergine…gli uomini da una parte, le donne dall’altra…mentre nella tarda estate il mulino dei Gervasoni macinava giorno e notte il mais per la polenta ma anche le noci per l’olio…

Lo scrigno, quel bel mulino di sassi, è vero! è stato restaurato ma tutte queste storie – e non solo queste – chi le racconta? chi le sa più? Chi ne fa tesoro?

Nel 2019, da aprile a ottobre, 1200 visitatori sono entrati al Mulino di Baresi… aperto con entusiasmo e generosità dagli amici dell’Associazione un giorno e mezzo la settimana in luglio e agosto e solo poche ore al sabato gli altri mesi; 1.200 biglietti x 2 euro = 2.400 euro meno gli ingressi gratuiti per gli iscritti al FAI… e le manutenzioni ordinarie da fare. Praticamente niente!Ragazzi! ci siamo detti, eh no! Non va più bene! Vogliamo davvero fermare l’emorragia e ridare un po’ di colorito alle guance di Roncobello o vogliamo solo far finta di farlo e avere la coscienza a posto? Con questi numeri facciamo solo finta… Vogliamo decidere di salire da 1.200 visitatori ad almeno 5.000, magari per 3 euro che fa 15.000 euro e magari poi a 7.000 che fa 21.000 e un domani a 10.000 che fa 30.000?… Vogliamo incantare, e incatenare!, i turisti con storie, profumi, sapori e idee? Vogliamo portarli a camminare o a pedalare per gli antichi sentieri? Far loro conoscere le vacche (quelle poche rimaste) e far loro mangiare polenta e latte? Vogliamo farli dormire tra i monti almeno una notte e aprire per loro altre porte di altre frazioni oltre a Baresi?

Non vogliamo che i turisti – e ce ne sono sempre di più che cercano luoghi “diversi” fuori dalle rotte usuali a buon prezzo ma ricchi di possibilità di visite, di buone mangiate, sane passeggiate e grandi dormite – non vogliamo che i turisti trovino nel nostro mulino solo l’inizio, il primo capitolo!, di un racconto più ampio che partendo proprio dal mulino si allarghi poi a raccontare - magari negli spazi dell’antico maglio vicino al mulino – tutte le più belle storie, le più belle mete, le più belle tradizioni, le più belle proposte di questa magnifica, alta Val Brembana?

Ma, cari amici di Roncobello che siete in sala, cara Sindaco (ma parlo anche a noi del FAI) perché questo progetto possa prendere davvero piede perché il nostro/vostro mulino da scrigno di memoria diventi un piccolo ma efficace motore che genera nuove iniziative, perché possa davvero servire, portando sviluppo, alla vostra comunità e possa poi camminare sulle sue gambe e farne marciare altre, qui ci vuole una svolta! Ci vuole – ecco il nocciolo del Progetto Alpe – uno dei vostri giovani (si è giovani fino a 70 anni, ricordiamocelo!) che, con il prezioso supporto dell’Associazione Gervasoni ma soprattutto con tutto l’appoggio e l’impegno del FAI, un giovane che possa diventare un professionista che, con uno o due amici, fondi magari una cooperativa in grado di creare una piccola ma efficiente impresa turistico/culturale che, con vero spirito imprenditoriale, non solo gestisca mulino e racconto ma possa offrire un servizio sempre più ampio e vario a un sempre più numeroso pubblico di turisti e che possa anche vivere di questo lavoro che, seppur stagionale, deve poter dare a chi lo svolge uno stipendio dignitoso; e che, inoltre e lo ripeto, sia anche in grado di creare un indotto locale… questi turisti infatti avranno fame e dovranno poter mangiare, avranno sonno e dovranno poter dormire, vorranno andare in bicicletta e dovranno poterla affittare, vorranno fare delle passeggiate e dovranno comprarsi il necessario per il pic-nic, vorranno comprare qualche ricordo di quelle valli da portare a casa e dovranno poterlo comprare dagli artigiani locali…

Il FAI, senza, sia chiaro, nulla chiedere in termini economici ma nella piena consapevolezza della sua missione di curare luoghi speciali, non si limiterà allora solo a mettere a disposizione il mulino come ha fatto finora – non basta! - ma, forte di una grande esperienza ormai acquisita nel saper raccontare – con proiezioni e racconti immersivi e spettacolari come quello di Casa Noha a Matera – i contesti storico-paesaggistico-culturali dove è presente con un bene metterà anche a disposizione, in un luogo da scegliere assieme alle forze locali (l’ho già detto! Penso al maglio…), un coinvolgente racconto/spettacolo che, quasi come una porta d’ingresso alla zona, narri storie, mostri bellezze, eventi, mete e prodotti dell’alta Val Brembana e che sia così convincente da spingere chi lo vede e lo ascolta a voler poi toccare con mano e a voler vivere di persona quelle esperienza narrate; tra le quali, si badi bene!, ci sarà anche la storia che racconta le criticità di queste zone che l’anno scorso definii “le splendide periferie del Paese”; che racconta perché qui è tanto più difficile vivere nonostante l’amenità dei luoghi; che metta in guardia chi vive in città e facilmente si dimentica di questa Italia Alta, di questa “spina dorsale del Paese” lunga 2.750 km; che sottolinei come abbandonare a se stessi questi coraggiosi concittadini significhi non soltanto, come ci ha detto Veca, creare ingiustizia, ma anche impoverire tutti noi mettendo a rischio, con l’abbandono, la stessa sicurezza di chi vive - noi delle grandi frenetiche città – ai piedi dell’Alpe.

Ma mulino e racconto multimediale ancora non bastano a quel giovane che vuole farsi imprenditore! Ci vuole un po’ di mestiere! E dove allora quel ragazzo, quella ragazza, quel gruppetto di Roncobello che deciderà di lanciarsi in questa impresa, imparerà “il mestiere”…? Serviranno gli studi che ha fatto, certo! Ma poi ci piacerebbe che venisse a lavorare da noi negli uffici del FAI di Milano per un po’ di mesi e poi ancora per qualche tempo sul campo in uno dei nostri Beni; 6/8 mesi di lavoro assieme ai colleghi della Cavallerizza per imparare dal vivo dell’esperienza di tutti i giorni, i segreti di un mestiere nuovo e strategico che noi ormai stiamo imparando a fare bene! Lavoreranno un po’ con Di Luccio, un po’ con la Bruno e un po’ con Federica Armiraglio responsabile del Progetto Alpe; un po’ con Patrice Simonnet e magari anche un po’ in amministrazione con Paolo Ioudioux; di tutto un po’ dovranno sapere prima di tornare a Roncobello e iniziare il loro lavoro; dovranno diventare i più bravi dell’alta Val Brembana nel valorizzare il loro territorio e partendo dal mulino - e dal maglio col racconto – si espanderanno, se saranno efficienti, su un territorio sempre più ampio; lavoreranno in accordo con la loro amministrazione comunale, con le associazioni locali e, naturalmente, con i volontari dell’Associazione Gervasoni che, sollevati dalla quotidianità della gestione, organizzeranno eventi folkloristici, polentate e concerti – non solo ma soprattutto di campane - per portare soprattutto nella bella stagione, gente, tanta gente (pagante!) nella amena e ridente valletta Gervasoni.

E, si badi bene, tutto questo sempre e sempre di più con tutto l’appoggio e l’energia della comunicazione del FAI perché, pur piccolo, il Mulino di Baresi, con tutto ciò che si porterà dietro, avrà, nella sezione beni del nostro sito web (che l’anno scorso ha avuto 2.700.000 accessi) lo stesso identico peso di tutti i Beni della Fondazione.

Il Progetto Alpe dunque vuole cambiare il ruolo del Mulino Gervasoni, amplificandolo e incarnandolo nel futuro della sua comunità.Da scrigno della memoria a motore d’impresa.Da un punto a un contesto.Da visita a un luogo al racconto del territorio.Dal Mulino Gervasoni all’Alta Val Brembana.

Volontariato e imprenditoria assieme – come è nelle corde e nella tradizione del FAI – per una strategia pluriennale con obiettivi precisi di pubblico, di incassi e di ricadute… Da 1.000 visitatori a 10.000… ma forse di più. Da 2.000 euro d’incasso a 30.000… ma forse di più.Dal mordi e fuggi per la visita al mulino al lungo weekend a base di visite, passeggiate, polente e latte e caldi piumoni nei locali bed&breakfast.

Questa è la proposta del Progetto Alpe prima di tutto a noi stessi; e poi ai giovani di Roncobello; e poi a chi a Roncobello vive tutto l’anno rammaricandosi delle guance che impallidiscono ma che decide di non rassegnarsi; e poi, soprattutto, a quel sempre più vasto bacino di turisti che, come molti di noi, hanno sempre più bisogno di quei panorami, di quell’ossigeno, di quegli spazi, di quei sapori, di quei racconti italiani, di quei silenzi, di quel tempo per stare con sé stessi camminando per gli antichi sentieri, di quei fiori, di quei ruscelli, di quella ospitalità semplice, calda e ogni tanto un po’ ruvida che le genti, i paesi e le montagne dell’Alpe Italiana sono pronte ad offrire a quelli della pianura; a un patto: che quelli dell’Alpe imparino a raccontarsi e quelli della pianura si accorgano della loro esistenza e vogliano ascoltarli.Tutti saranno e saremo più ricchi.Ci riusciremo? Il futuro è d’obbligo perché progetto deriva da proicere, cioè gettare avanti; eccoci qui, tutti assieme, a progettare per il futuro del mondo dell’Alpe, dell’Italia sopra i 600 metri! Che ne dice Ilaria Sindaco di Roncobello?Ma basta un Mulino in Alta Val Brembana ad incarnare il Progetto Alpe?Ovvio che no!

Questo, lo abbiamo detto e ripetuto, non è che l’inizio di un nuovo percorso che lentamente oggi inizierà e che tutto il FAI svilupperà e accompagnerà per lo meno per i prossimi 10 anni, ma forse 20, ma forse 100, ma forse 1.000…!

E per essere credibili, per crederci davvero, per avere la sensazione che questo Progetto possa davvero essere utile alla gente dell’Alpe abbiamo iniziato a tendere l’orecchio ad altri scampanii… e per ora li abbiamo sentiti arrivare dalle montagne sarde dell’Ogliastra, dai Nebrodi siciliani, dai boschi dell’Abruzzo e dell’appennino emiliano; ne parliamo oggi quindi con Gianluigi Serra Sindaco di Ulassai, nel cuore della Sardegna, con Fabio Sebastiano Venezia Sindaco di Troina nel cuore della Sicilia, con Enrico Bini Sindaco di Castelnuovo né Monti nel cuore dell’Emilia.

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Grazie Ilaria, grazie Gianluigi, grazie Fabio, grazie Enrico, grazie Camillo! ormai, dopo aver condiviso con voi stamattina timori e speranze, dopo aver deciso di lavorare assieme per tentare, con fede e tenacia, di costruire certezze, dopo aver messo dentro il piede, la testa e il cuore negli usci delle vostre case, dopo esserci intesi guardandoci negli occhi e stringendoci la mano senza troppi giri di parole come si usa tra chi vive sull’Alpe, dopo aver deciso di essere compagni d’avventura, dopo che vi abbiamo rassicurato che ci rimboccheremo le maniche sudando con voi e con i vostri giovani per costruire assieme un “prodotto” di alta qualità da proporre al Paese, dopo che ci avete rassicurato che ci farete sentire “dei vostri” e non un gruppo di lontani milanesi sognatori, dopo, insomma, che al termine di questa mattinata siamo diventati amici e, tramite voi, amici dei vostri concittadini, diamoci del tu! non solo…diamoci la mano e, come cantavano i sette nani (siamo nani di fronte a questa sfida ma sappiamo che ci aspetta una miniera): andiam andiam andiamo a lavorar…!

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