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CHIESA DI SAN MARTINO DI LICIORNO

CHIESA DI SAN MARTINO DI LICIORNO

BORZONASCA, GENOVA

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CHIESA DI SAN MARTINO DI LICIORNO
Lungo il sentiero che collega le frazioni di Vallepiana e Zolezzi, in prossimità della confluenza tra i torrenti Penna e Borzone, si incontrano i ruderi della chiesa di San Martino di Licciorno, toponimo che sembra richiamare la presenza di boschi di lecci. L'elemento di maggior spicco è il campanile, che svetta tra la vegetazione a sormontare i resti dell'abside e delle mura perimetrali. La tradizione popolare ricorda San Martino come la più antica parrocchia della valle, al servizio della popolazione locale e dei viandanti, in seguito sostituita dalla chiesa di Santa Maria Assunta di Prato, alla quale risulta storicamente annessa almeno dal 1498. L’unico arredo superstite di San Martino di Licciorno è qui conservato, si tratta di un dipinto che rappresenta i santi Lorenzo, Martino, Rocco, Sebastiano, Antonio Abate che intercedono presso la Vergine e la Santissima Trinità. La fondazione di San Martino, avvenuta probabilmente nel XII Secolo, sarebbe sempre secondo la tradizione popolare attribuibile ai monaci di Borzone. La posizione baricentrica della chiesa rispetto alle varie borgate che la circondano dimostrerebbe l’importanza dell’insediamento, la cui collocazione permetteva ai fedeli di tutta la valle di beneficiare degli uffizi religiosi. La più antica documentazione disponibile cita un atto notarile del 1298 nel quale Guglielmo, canonico di Lavagna, veniva incaricato di eleggere un rettore per le vacanti chiese di Santa Maria di Sopralacroce e di San Martino di Licciorno dall’arciprete della Pieve di Lavagna. All’inizio del XVIII Secolo San Martino compare nel novero delle chiese povere rurali (Magistratura della Repubblica di Genova per le Chiese Povere), tanto che venne indetta una campagna di raccolta di elemosine che permise di procedere ad un sostanziale restauro della struttura nella prima metà del 1700. Particolarmente interessante per lo studio delle vicende della comunità religiosa e sociale della valle è la notizia dell’esistenza di una confraternita laica facente capo ai Padri Trinitari, esistente almeno dal 1731. Le confraternite trinitarie avevano come scopo precipuo quello di indire vere e proprie raccolte di fondi, tramite questue in tutta Europa, destinate al riscatto dei cristiani catturati e resi schiavi dai mussulmani. Un ulteriore elemento ricavabile dalla tradizione orale sarebbe l’esistenza, nelle immediate pertinenze di San Martino, di un cimitero e persino di una borgata ora scomparsa, ma della quale esiste una citazione risalente al 1366, quando, in un atto notarile, si fa riferimento alla “villa de Lizurno de Supracruce”, e della vicina, e parimenti scomparsa,“villa de Axereti”. LA LEGGENDA Pare che, adiacente alla chiesa, ci fosse anche un piccolo cimitero, protagonista di una leggenda popolare dovuta, probabilmente, al mistero dei fuochi fatui: fiammelle di luce, visibili a volte nei cimiteri (se ghe vedde…) che, nell'antichità, si ritenevano la dimostrazione dell'esistenza dell'anima. La paura aggiungeva poi i suoni, le voci (se ghe sente…) e produceva la superstizione: mai avvicinarsi a un cimitero dopo il tramonto! Ma una donna di Zolezzi volle dar prova del proprio coraggio per sfatare questa credenza: avrebbe passato l’intera notte nel cimitero di S. Martino, da sola. Fu così che, al crepuscolo, si recò al cimitero portandosi il fuso e la rocca per filare la lana e ingannare il tempo. Passò diverse ore lavorando finché, ormai a notte fonda, il fuso le sfuggì di mano. La donna si alzò per cercarlo ma, all’improvviso, si sentì tirare la gonna verso terra… “qualcuno” la stava tirando da una tomba! La poveretta non resse allo spavento. La mattina seguente, chi andò a verificare l’esito della sua sfida, ebbe un’amara sorpresa e la “conferma” di tutte le peggiori ipotesi, trovandola morta nel camposanto, con il fuso impigliato nella gonna, ben conficcato per terra, vicino a una tomba…

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Lungo il sentiero che collega le frazioni di Vallepiana e Zolezzi, in prossimità della confluenza tra i torrenti Penna e Borzone, si incontrano i ruderi della chiesa di San Martino di Licciorno, toponimo che sembra richiamare la presenza di boschi di lecci. L'elemento di maggior spicco è il campanile, che svetta tra la vegetazione a sormontare i resti dell'abside e delle mura perimetrali. La tradizione popolare ricorda San Martino come la più antica parrocchia della valle, al servizio della popolazione locale e dei viandanti, in seguito sostituita dalla chiesa di Santa Maria Assunta di Prato, alla quale risulta storicamente annessa almeno dal 1498. L’unico arredo superstite di San Martino di Licciorno è qui conservato, si tratta di un dipinto che rappresenta i santi Lorenzo, Martino, Rocco, Sebastiano, Antonio Abate che intercedono presso la Vergine e la Santissima Trinità. La fondazione di San Martino, avvenuta probabilmente nel XII Secolo, sarebbe sempre secondo la tradizione popolare attribuibile ai monaci di Borzone. La posizione baricentrica della chiesa rispetto alle varie borgate che la circondano dimostrerebbe l’importanza dell’insediamento, la cui collocazione permetteva ai fedeli di tutta la valle di beneficiare degli uffizi religiosi. La più antica documentazione disponibile cita un atto notarile del 1298 nel quale Guglielmo, canonico di Lavagna, veniva incaricato di eleggere un rettore per le vacanti chiese di Santa Maria di Sopralacroce e di San Martino di Licciorno dall’arciprete della Pieve di Lavagna. All’inizio del XVIII Secolo San Martino compare nel novero delle chiese povere rurali (Magistratura della Repubblica di Genova per le Chiese Povere), tanto che venne indetta una campagna di raccolta di elemosine che permise di procedere ad un sostanziale restauro della struttura nella prima metà del 1700. Particolarmente interessante per lo studio delle vicende della comunità religiosa e sociale della valle è la notizia dell’esistenza di una confraternita laica facente capo ai Padri Trinitari, esistente almeno dal 1731. Le confraternite trinitarie avevano come scopo precipuo quello di indire vere e proprie raccolte di fondi, tramite questue in tutta Europa, destinate al riscatto dei cristiani catturati e resi schiavi dai mussulmani. Un ulteriore elemento ricavabile dalla tradizione orale sarebbe l’esistenza, nelle immediate pertinenze di San Martino, di un cimitero e persino di una borgata ora scomparsa, ma della quale esiste una citazione risalente al 1366, quando, in un atto notarile, si fa riferimento alla “villa de Lizurno de Supracruce”, e della vicina, e parimenti scomparsa,“villa de Axereti”. LA LEGGENDA Pare che, adiacente alla chiesa, ci fosse anche un piccolo cimitero, protagonista di una leggenda popolare dovuta, probabilmente, al mistero dei fuochi fatui: fiammelle di luce, visibili a volte nei cimiteri (se ghe vedde…) che, nell'antichità, si ritenevano la dimostrazione dell'esistenza dell'anima. La paura aggiungeva poi i suoni, le voci (se ghe sente…) e produceva la superstizione: mai avvicinarsi a un cimitero dopo il tramonto! Ma una donna di Zolezzi volle dar prova del proprio coraggio per sfatare questa credenza: avrebbe passato l’intera notte nel cimitero di S. Martino, da sola. Fu così che, al crepuscolo, si recò al cimitero portandosi il fuso e la rocca per filare la lana e ingannare il tempo. Passò diverse ore lavorando finché, ormai a notte fonda, il fuso le sfuggì di mano. La donna si alzò per cercarlo ma, all’improvviso, si sentì tirare la gonna verso terra… “qualcuno” la stava tirando da una tomba! La poveretta non resse allo spavento. La mattina seguente, chi andò a verificare l’esito della sua sfida, ebbe un’amara sorpresa e la “conferma” di tutte le peggiori ipotesi, trovandola morta nel camposanto, con il fuso impigliato nella gonna, ben conficcato per terra, vicino a una tomba…
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