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DEPOSITI SING SING DEL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE

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DEPOSITI SING SING DEL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE
Il Mann custodisce in 6200 mq centinaia di migliaia di opere d’arte: affreschi, statue, mosaici, pezzi rari di inestimabile valore. Solo una parte di questi è visibile al pubblico, ma almeno il triplo, stimata in più di 20 mila oggetti, è conservata nei pluristratificati depositi del museo. Si vai dai sotterranei, grandi vani coperti da volte a botte, ricavati dalle cave dove è stato recuperato il tufo utilizzato per la costruzione dell’edificio, a interminabili mensole disposte negli uffici dei piani soprastanti, per arrivare infine all’ultimo sorprendente piano del museo: attraverso una passerella sul tetto, si entra in un corridoio lungo il quale si affiancano camere chiuse con tanto di grata e catenaccio, in cui giace il surplus di oggetti di uso quotidiano, recuperati negli scavi delle città sepolte dall’eruzione del Vesuvio. È l’arte prigioniera a “Sing Sing”, nome ispirato al carcere di New York che spiega il paradosso delle collezioni chiuse per mancanza di spazio e personale, scarsità di fondi e interminabili lavori di manutenzione.

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Il Mann custodisce in 6200 mq centinaia di migliaia di opere d’arte: affreschi, statue, mosaici, pezzi rari di inestimabile valore. Solo una parte di questi è visibile al pubblico, ma almeno il triplo, stimata in più di 20 mila oggetti, è conservata nei pluristratificati depositi del museo. Si vai dai sotterranei, grandi vani coperti da volte a botte, ricavati dalle cave dove è stato recuperato il tufo utilizzato per la costruzione dell’edificio, a interminabili mensole disposte negli uffici dei piani soprastanti, per arrivare infine all’ultimo sorprendente piano del museo: attraverso una passerella sul tetto, si entra in un corridoio lungo il quale si affiancano camere chiuse con tanto di grata e catenaccio, in cui giace il surplus di oggetti di uso quotidiano, recuperati negli scavi delle città sepolte dall’eruzione del Vesuvio. È l’arte prigioniera a “Sing Sing”, nome ispirato al carcere di New York che spiega il paradosso delle collezioni chiuse per mancanza di spazio e personale, scarsità di fondi e interminabili lavori di manutenzione.
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