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ABBAZIA DI SAN GIOVANNI IN VENERE

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FOSSACESIA, CHIETI

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ABBAZIA DI SAN GIOVANNI IN VENERE
Il complesso abbaziale di S. Giovanni in Venere sorge a breve distanza dall’abitato di Fossacesia, su un promontorio sovrastante il mare Adriatico. La tradizione ne riconduce il nucleo originario al VI secolo, quando, al di sopra di un tempio pagano dedicato a Venere Conciliatrice, fu eretto un piccolo oratorio intitolato a S. Giovanni Battista (da taluni considerato una fondazione di S. Benedetto). Nell’847 l’edificio subì le conseguenze di un violento terremoto e nel 1015, Trasmondo, Conte di Chieti, promosse una radicale ricostruzione della chiesa e l’edificazione di un monastero, in cui erano inclusi due chiostri, una scuola ed una biblioteca; nel complesso così definito, quasi a perpetuare una tradizione antica legata al monaco di Norcia, si insediarono i Benedettini. Di questa fase architettonica rimane ben poco; ad essa sono tuttavia da collegare la costruzione della cripta, il livellamento del terreno di fronte alla facciata per assolvere al naturale scoscendimento della collina, e l’impostazione generale della chiesa. Quest’ultima conserva infatti l’impronta delle principali fondazioni benedettine dell’XI sec. già sperimentata in ambito cassinese, ossia la pianta basilicale semplice, terminante in tre absidi semicircolari e ritmata da pilastri posti a sostegno di possenti arcate. Momento saliente perla storia del complesso monastico abruzzese è tuttavia da riconoscere nell’anno 1165, nella persona dell’abate Oderisio II e, probabilmente, nell’opera di maestranze borgognone; l’ambizioso abate fece praticamente ricostruire, la chiesa pur conservandone l’impostazione, nell’intento di ricreare in essa la solennità delle grandi cattedrali benedettine che già sorgevano numerose in molti paesi d’Oltralpe. S. Giovanni in Venere venne così a costituire uno dei primi esempi in Abruzzo dello stile architettonico cistercense, che da Citeaux si diffuse in tutta Europa. La poderosa spazialità interna fu allora alleggerita da arcate vagamente ogivali, da semicolonne pensili terminanti in capitelli schiettamente borgognoni, da aeree cornici di coronamento e dall’innalzamento delle mura; il presbiterio, diviso in tre campate a prosecuzione delle navale, fu sopraelevato rispetto al livello della chiesa mediarne una lunga gradinata. Al di sotto di esso si sviluppano i suggestivi ambienti ipogei della cripta, cui si accede dalle navatelle laterali. Essa è scandita da due navate ad andamento orizzontale, segnate da una fila di massicci fusti di colonna e raccordate da arcate a sesto acuto e a tutto sesto (abbinate per livellare la soffittatura). Alla line del XII secolo l’edificio era praticamente compiuto, sia nell’apparato architettonico che in quello decorativo, compresi gli affreschi della cripta (attribuiti a Luca Pollustro da Lanciano), mentre nel corso del secolo successivo furono portati a compimento il prospetto anteriore e quello posteriore. Alla suggestiva essenzialità dell’interno, corrisponde infatti un esterno caratterizzalo da una grande creatività plastica, in cui la decorazione, improntata al recupero del repertorio classico, sottolinea ed esalta il valore geometrico e lineare delle partizioni architettoniche. La facciata, in bruna pietra tufacea, fu realizzata nella parte inferiore all’epoca di Odorisio, mentre il coronamento fu messo a punto solo nel 1346; essa, centrata dal portale aperto dall’abate Rainaldo fra il 1225 e il 1230, è animata da bassorilievi raffigurami episodi della vita del Battista, la cui straordinaria efficacia espressiva rappresentò un riferimento importante per la successiva scultura abruzzese. La zona absidale mostra altresì complesse decorazioni policrome di ispirazione islamico-siciliana e pisaneggiante, assemblate in una magnifica cortina muraria, la cui l’originalità non esclude il grande equilibrio compositivo.

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